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  Cromwell [ Avv. Filippo Matteucci ' s Blog. Austrian Privatist Economist and Anarcho-Capitalist Libertarian Theorist ]
         

Battle of Marston Moor by http://www.slowleadership.org/blog/index.php?s=cavaliers


27 febbraio 2011

MARIO DRAGHI E I TASSI DI INTERESSE

Il Governatore della Banca d’Italia Draghi ha intelligentemente riconosciuto che i bassissimi tassi di interesse, i più bassi da almeno due secoli, non hanno avuto alcun effetto benefico sull'economia e sulla ripresa.

Cito testualmente dal suo ultimo intervento al 17° Congresso AIAF - ASSIOM FOREX, visibile per intero qui:

http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/forex-26022011/Draghi_260211.pdf  :

 

“D’altronde,  tassi  reali  a  breve  termine  ampiamente  negativi,  come  quelli osservati negli ultimi due anni, non sono stati sufficienti a rialzare le prospettive di crescita delle economie meno dinamiche.”

“Nei primi nove mesi dello scorso anno gli utili dei cinque maggiori gruppi [bancari italiani] si sono ridotti dell’8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009; il rendimento del capitale e delle riserve, espresso su base annua, è sceso sotto il 4 per cento. Il margine d’interesse è sceso in due anni dal 2,0 allo 0,9 per cento del totale dell’attivo, a causa del  rallentamento  dei  volumi  intermediati  e  del  calo  del  mark-down  sui  depositi  a vista  determinato  dal  basso  livello  dei  tassi  d’interesse.”

“A beneficio della crescita di tutta l’economia andrebbe un assetto normativo ispirato, pragmaticamente,  all’efficienza  del  sistema.  Se  la  legislazione  non  è trasparente, di  qualità, stabile, se gli oneri amministrativi non sono proporzionati alle  attività  che  si  devono  regolare,  l’economia  alla  lunga  declina.”

 

 

Da anni io sostengo che abbassare il tasso di interesse non porta alcun vantaggio per le economie avanzate, anzi troppo spesso arreca danni seri e irreparabili sia al sistema economico sia al tessuto sociale.

 

Ricordo questo mio articolo di quasi sei anni fa, pubblicato su Società Libera del 29 Settembre 2005, qui:

http://www.societalibera.org/it/documdi/documdi_20050929_matteucci.html

che posto qui sotto per comodità del lettore.

 

Forse qualcuno troppo abituato a giocare con formulette econometriche avrebbe tratto beneficio da una sua lettura, magari attenta e seguita da una responsabile riflessione...

 

“Effetti della manovra sul tasso di interesse

 

Col presente articolo intendo svolgere alcune considerazioni, assolutamente non sistematiche, sulle conseguenze delle manovre sul costo del denaro, considerazioni che si inquadrano tuttavia nella critica ai fautori di un’economia di carta; mi riferisco con tale locuzione agli epigoni delle antiliberiste scuole keynesiane o neokeynesiane, a coloro che sognano di poter creare ricchezza dal nulla, ricorrendo alla spesa pubblica, al debito pubblico, a interventi e interferenze di uno stato onnipresente su variabili economiche non reali ma meramente contabili o monetarie.

 

Gli effetti di una manovra, al rialzo o al ribasso, sui tassi di interesse (1) ricadono principalmente su due grandezze macroeconomiche: il tasso di cambio della valuta nazionale e la domanda interna. Tralascio per brevità altri effetti secondari.

 

Per quel che concerne gli effetti sul tasso di cambio, è ovvio che maggiori rendimenti del denaro imprestato e, di conseguenza, maggiori rendimenti dei titoli di stato (2) attraggono capitali esteri. La maggiore domanda di bond da parte di soggetti esteri, porta a una maggiore domanda estera della valuta in cui quei bond sono emessi, provocando un rialzo del tasso a cui quella moneta è scambiata con altre valute. Una diminuzione del costo del denaro ha naturalmente effetti inversi.

Contestazioni radicali vanno invece avanzate contro le supposizioni dell’ortodossia statalista sugli ulteriori effetti che il rafforzamento o il deprezzamento di una valuta nei confronti delle altre ha sul prodotto interno e sul reddito. Cominciamo col fare dei distinguo basati sul tipo di economie prese in considerazione. Paesi che producono merci di fascia bassa, tecnologicamente mature od obsolete, di bassa qualità, si affannano ad alimentare le loro esportazioni con svalutazioni competitive della loro moneta. Le altre nazioni che importano tali beni sono così invogliate all’acquisto dal fatto di pagare poco, con le loro monete più forti, tali merci. Una moneta nazionale svalutata fa sì, perciò, che i prodotti di quel paese costino di meno all’estero, e si vendano di più. La diminuzione del costo del denaro e la conseguente svalutazione della moneta possono quindi costituire una strategia percorribile per i paesi che esportano prodotti ad alto contenuto di lavoro e di materie prime nazionali, soprattutto se tali paesi sono ai primordi dello sviluppo economico, sempre tuttavia a non voler considerare il depauperamento delle risorse interne e la sottoremunerazione dei lavoratori che a tale strategia conseguono.

Ben diverso è il discorso per le economie di trasformazione, che esportano cioè prodotti ad alto contenuto di materie prime importate. In tali paesi, le svalutazioni competitive della moneta comportano momentanei e illusori miglioramenti della bilancia commerciale (3), della domanda estera e del prodotto interno, miglioramenti che svaniscono come fumo non appena le imprese devono ricostituire le loro scorte di materie prime riacquistandole all’estero a prezzi resi più cari dalla svalutazione della moneta con cui comprano (4). Gli effetti della spirale inflazionistica che tale manovra provoca sui prezzi sia interni che esteri dei beni prodotti in tali paesi sono una realtà storicamente e tristemente più che provata: ne sa qualcosa l’Italia. Ma la svalutazione competitiva ben si addice alle economie di carta perseguite dagli economisti neokeynesiani, le cui teorie vorrebbero sostituire, come causa di incremento delle esportazioni, un effetto da illusionisti, il momentaneo calo dei prezzi all’estero dei prodotti da esportare indotto dalla svalutazione della moneta, a un fattore concreto e reale, la qualità e la competitività tecnologica dei prodotti nazionali. Una delle riprove storiche di quanto affermo è rinvenibile nella Germania dell’epoca di Kohl: il marco tedesco era la moneta forte mondiale, quasi un bene rifugio, i prodotti tedeschi all’estero erano nettamente più cari di quelli dei paesi esportatori concorrenti, eppure la Germania esportava a spron battuto, perché i suoi prodotti erano tra i migliori, e gli acquirenti di tutto il mondo li richiedevano (5).

Sintetizzando, e riferendomi alle sole economie avanzate di trasformazione, esporta quel sistema – paese che produce beni di qualità migliore e riesce così a conquistare la fiducia dei consumatori, interni ed esteri; e non quel sistema – paese che, ricorrendo a forzate diminuzioni del costo del denaro e conseguenti svalutazioni competitive, affossa la propria moneta distruggendo la ricchezza liquida dei propri cittadini (6). Inutile ricordare che l’intera area dell’euro è un’economia avanzata di trasformazione.

 

Veniamo agli effetti sulla domanda interna, anch’essa componente del prodotto interno e del reddito, al pari di quella estera. I teorici statalisti e antiliberisti delle economie di carta sostengono che la diminuzione del costo del denaro invoglierebbe gli imprenditori a investire, potendo questi ultimi prestarsi soldi dal sistema finanziario e creditizio a un tasso inferiore. La spesa per investimenti così generata avrebbe un effetto moltiplicatore su tutto il sistema economico, creando prodotto interno e reddito nazionale. Ugualmente, i consumatori sarebbero indotti a risparmiare di meno, visto il minor rendimento dei loro risparmi, e a spendere di più, magari comprando a rate quando i risparmi non ci sono. Tale aumento dei consumi incrementerebbe a sua volta la domanda interna. A fronte di tali ottimistiche aspettative c’è la realtà di megasistemi economici, quali l’area dell’euro e il Giappone, con tassi reali di interesse negativi (7) ed economie in stagnazione da anni. Come mai in tali aree economiche la domanda, gli investimenti, i consumi non ripartono? A questi tassi di interesse, i più bassi del secolo, queste economie avrebbero dovuto schizzare in alto come uno Shuttle dalla sua rampa di lancio. Invece gli unici fenomeni economici che si riscontrano in tali aree, oltre alla stagnazione, sono una bolla speculativa immobiliare e una perdita del potere di acquisto delle famiglie, con difficoltà per le stesse ad arrivare alla fine del mese.

Eppure la risposta a tale apparente stranezza è evidente, e non la si vede solo se non la si vuol vedere: le possibilità economiche delle famiglie sono decimate dal calo dei rendimenti dei loro risparmi e dall’aumento dei costi per le abitazioni. Le famiglie si tengono ancora più stretti i loro risparmi, non consumano, non domandano i prodotti che le imprese offrono. Gli imprenditori di conseguenza non investono: poco importa se a me imprenditore la banca presta a poco i soldi per ampliare la mia impresa e produrre di più, quando non avrei nessuno disposto a comprare questo surplus aggiuntivo di prodotti. E quindi la domanda interna non cresce. Cresce invece a dismisura il prezzo degli immobili, perché, visto il rendimento reale negativo di depositi e obbligazioni, la gente investe i propri risparmi nel mattone. E chi non ha risparmi è comunque invogliato dal bassissimo costo dei mutui ad acquistare anch’egli immobili, prestandosi il denaro necessario. Gli immobili sono infatti un investimento sicuro, visto che la pressione degli immigrati extracomunitari tiene su la domanda di case, in proprietà o in affitto, e impedisce odierne e future diminuzioni del loro prezzo.

E’ quindi ora evidente ciò che voglio sostenere: nei paesi avanzati, ricchi, dove i residenti sono possessori di piccole e grandi ricchezze mobiliari, il rendimento del denaro, dei risparmi, prima di essere un costo per le imprese indebitate, è una componente basilare, sia in senso materiale che psicologico, del reddito delle famiglie. Una diminuzione del rendimento del denaro produce una flessione dei consumi, a mio avviso ben più pesante dell’altra conseguenza, peraltro estremamente teorica, di tale diminuzione, e cioè l’aumento degli investimenti delle imprese.

Sottolineo che analogo effetto depressivo sui consumi delle famiglie, e di conseguenza sull’intera economia, ha un aumento della tassazione sui redditi finanziari, incidendo anch’essa sulle possibilità di reddito e di spesa delle famiglie. L’erario di stati con un elevato debito pubblico, come l’Italia, beneficia sì, in caso di bassi tassi di interesse, di un minor esborso di spesa per interessi sul debito, ma a tutto svantaggio delle tasche dei cittadini risparmiatori, che hanno prestato quei soldi allo stato investendo in BOT, CCT e BTP; l’effetto è lo stesso di una maggiore tassazione proprio sui risparmi.

 

Non sono certo questi giochi (8) su variabili monetarie e contabili, su tassi e tasse, sull’ultima bidonata da rifilare a investitori e risparmiatori che salveranno l’Europa dall’attuale decadenza. Penso invece che il problema sia un problema di qualità. Qualità di certa imprenditoria, troppo abituata a sussidi di stato, bassa tassazione effettiva sui redditi d’impresa, frequente ricorso al nero (9). Qualità della classe dominante, dei c.d. “poteri forti” assistiti (10), delle famiglie dominanti, più use allo sfruttamento del resto del paese (11) che ad acquisire capacità, meriti, successi sul campo e virtù. Qualità dell’apparato amministrativo, elefantiaco generatore di debito pubblico, di sprechi incontrollati, causa di prelievo fiscale eccessivo, clientelare datore di lavoro di milioni di dipendenti pubblici scarsamente produttivi. Qualità dei lavoratori, poco inclini a riqualificare le loro labour skills e i loro stili di vita, come la competizione globale richiederebbe.

In Italia, in particolare, troppa gente vuol vivere sulle spalle degli altri, in modo lecito o illecito, pretendendo il ricorso alla tassazione o al pizzo. Ovvio che in un tale scenario non edificante, chi può cominci a guardarsi intorno: il mondo è vasto, e altri paesi possono offrire qualità di vita, sicurezza, tranquillità (anche fiscale) ben maggiori.

 

 

 

Note:

 

(1) Il tasso di interesse altro non è che il costo del denaro per chi si indebita, e il rendimento dei soldi dati in mutuo per chi li presta.

(2)  I titoli di stato sono titoli rappresentativi di soldi prestati allo stato.

(3)  Ma con movimenti di capitali in fuga verso l’estero.

(4) Non rientrano invece i capitali fuggiti all’estero: i capitali hanno una memoria da elefante e, una volta scottati da svalutazioni e tassazioni, difficilmente ritornano da chi li ha traditi.

(5)  Ovviamente, il riferimento a Kohl astrae completamente dal colore politico dell’allora cancelliere tedesco. Oggi, in Europa, non è rilevante il credo politico professato dagli amministratori pubblici. Occorre invece capire quali diverse alleanze (o cosche, come le chiama Briatore) tra famiglie padrone di multinazionali o di grandi imprese finanzino e diano ordini a questo o a quel politico. E per saperlo basta informarsi sullo yacht di chi il tale ministro ha passato le ferie. Il tutto detto senza alcuna ironia.

(6)  E’ singolare e indicativo che i mass media vogliano farci credere che tali svalutazioni vengono effettuate non solo a favore degli imprenditori ma anche e soprattutto a favore dei lavoratori, quando in realtà sono proprio i risparmi e il potere d’acquisto dei lavoratori e degli anziani che vengono distrutti e mandati in fumo dall’inflazione che ne consegue.

(7) Tasso reale negativo vuol dire che chi presta soldi ha un rendimento inferiore all’inflazione, cioè alla perdita di potere d’acquisto dei soldi prestati, e quindi sta rimettendoci. Sta anche pagando una tassa allo stato, visto che l’inflazione è di fatto una tassa. Naturalmente mi riferisco all’inflazione reale, non ai dati dell’ISTAT, cui non crede più nessuno.

(8)  Giochi i cui registi sono sclerotici e ben conosciuti “poteri forti”, miranti come sempre solo ai loro momentanei interessi, a scapito degli altri cittadini.

(9) Occorre distinguere: la qualità la troviamo nella piccola e media impresa, non nella grande impresa assistita, usa com’è quest’ultima a fare e disfare i governi e a ripianare i bilanci in rosso coi soldi dei contribuenti. D’altra parte, proprio quelli che hanno fatto fortuna sfruttando il lavoro sommerso per fabbricare i loro prodotti a bassa tecnologia, senza mai pagare una lira di tasse, oggi, uscendo in yacht dal guscio delle loro province, si ergono a moralizzatori del sistema e a tartassatori di risparmiatori e investitori.

(10)  Poteri forti la cui esistenza viene affannosamente negata proprio da quei partiti, di vari ed opposti colori politici, da tali poteri oggi finanziati; poteri forti a cui fa profitto controllare non i mercati ma gli stati; poteri forti a cui fa paura non la piazza o il sindacato ma solo la più sfrenata libera concorrenza.

(11)  Vedasi le recenti pretese di aumentare la tassazione sui risparmi degli altri cittadini.”

 

 

Chi volesse approfondire ulteriormente l'argomento può leggersi il mio "Principi di economia privatista" qui:

http://www.finanzaediritto.it/articoli/principi-di-economia-privatista-4096.html

 

Il Cavaliere Premier farebbe meglio a contornarsi di validi e pragmatici economisti, invece che di equivoche e inutili ballerinette.

 

 

Avv. Filippo Matteucci

Economista liberista

 

 

 

 



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