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  Cromwell [ Avv. Filippo Matteucci ' s Blog. Austrian Privatist Economist and Anarcho-Capitalist Libertarian Theorist ]
         

Battle of Marston Moor by http://www.slowleadership.org/blog/index.php?s=cavaliers


12 maggio 2012

CRISTIANI LIBERISTI




CRISTIANI E LIBERISTI

 

Segnaliamo la nascita, per iniziativa di Oliviero Corsini e con l’aiuto di Filippo Matteucci, di un nuovo gruppo Facebook: CRISTIANI LIBERISTI. Tale gruppo culturale vuole una svolta privatista e antistatalista dell’atteggiamento verso gli odierni stati da parte delle principali confessioni religiose, Chiesa Cattolica in primis. Come afferma Corsini: “Se oggi gli stati sono in mano a poteri forti occulti, ad oscure organizzazioni di famiglie padrone le quali hanno dimenticato il vero Dio, quello del Bene e dell’Amore, per adorare falsi dèi demoniaci, allora non si può non essere antistatalisti e quindi liberisti”. E’ infatti indubbio che le principali istituzioni “pubbliche” mondiali sono in mano, oggi più che nei due secoli precedenti, a quelle stesse potentissime famiglie di faccendieri e usurai che negli scorsi due secoli medesimi hanno usurpato il potere sia di monarchi meno ladri di loro, sia di democrazie nate proprio contro tiranni e predoni, e finite nelle mani dei peggiori tiranni e predoni che la storia ricordi. La pericolosità di tali famiglie di tiranni è ben conclamata dal loro essere organizzate in sette, logge, cosche che da secoli, se non da millenni, hanno pervicacemente perseguito lo scopo ultimo del dominio mondiale, oggi quasi pienamente realizzato, in ossequio a un culto del male tanto orrido quanto ignorato dalle masse, istupidite e cerebrolavate dai mass-media di regime e da un’istruzione pubblica volta solo all’ossequiente addomesticamento dei figli dei senza potere.

Gli stessi credenti nelle fedi del Bene non possono rimanere insensibili, inermi e imbelli di fronte a tale trionfo del male, a tali nuove tirannie usuraie e demoniache che stanno colpendo e distruggendo, sia personalmente che patrimonialmente, prima di tutti e soprattutto proprio loro, gli uomini onesti di buona volontà, e le loro famiglie, le loro donne, i loro figli.

LINK AL GRUPPO “ CRISTIANI LIBERISTI “: http://www.facebook.com/media/set/?set=oa.402774296419684&type=1&success=2&failure=0#!/groups/402769933086787/

 

 

Dalle Info del gruppo “ CRISTIANI LIBERISTI “:

 

PERCHE’ CRISTIANI, PERCHE’ LIBERISTI

 

“Se oggi gli stati sono in mano a poteri forti occulti, ad oscure organizzazioni di famiglie padrone le quali hanno dimenticato il vero Dio, quello del Bene e dell’Amore, per adorare falsi dèi demoniaci, allora non si può non essere antistatalisti e quindi liberisti” Oliviero Corsini D.S.M.

 

“... questa è la domanda fondamentale a cui tutti dobbiamo rispondere. Se anche la storia si è divisa in due per far posto a questo ingombrante personaggio (prima di Cristo – dopo Cristo), il minimo che possiamo e dobbiamo fare è domandarci: “chi è per me questo Gesù?” Alberto Medici

 

“Il mondo oggi sembra diviso in due: da una parte chi ancora si fida dell’informazione ufficiale come ci viene raccontata da televisione, giornali, fonti ufficiali; dall’altra chi ha cominciato a mettere in dubbio ciò che viene raccontato, e cerca le informazioni per conto proprio. Questo spartiacque mi ricorda il mito della caverna di Platone, dove chi vede solo le ombre non crede a chi, slegatosi e uscito all’aria aperta, riesce a vedere le cose come stanno e non come sembrano” Alberto Medici

 

“Nel passato le forme di controllo erano prevalentemente fisiche, coercitive e punitive, dalla frusta alla forca. Oggi le forme di controllo sono essenzialmente mentali, si avvalgono dei mass media, e mirano alla pianificazione delle esistenze dei dominati e alla canalizzazione e deviazione del loro pensiero: il dominante dice al dominato cosa deve volere nella vita.” Filippo Matteucci

 

“Le grandi multinazionali e le grandi banche infatti, sono già, di fatto, proprietarie della maggior parte delle ricchezze del pianeta. Poche famiglie, non più di una ventina in tutto, controllano direttamente o indirettamente oltre la metà dei beni della terra e per acquisire l’altra metà non occorre provocare una crisi finanziaria; le grandi multinazionali sono già proprietarie, nella stragrande maggioranza dei casi, delle miniere di diamanti e pietre preziose dell’africa e dell’Asia; le cosiddette sette sorelle hanno il monopolio dell’energia del pianeta, non permettendo alle energie alternative di svilupparsi; controllano di fatto la maggior parte degli stati asiatici, africani, e dell’america latina, mediante governanti compiacenti, allineati, corrotti, o semplicemente incapaci di reagire alla strapotenza del mondo occidentale e dei suoi diktat.

Le grandi superpotenze economiche sono così ricche che potrebbero tranquillamente acquistare tutto il rimanente in modo leciti o illeciti.

Allora…. Perché provocare una crisi finanziaria di questa portata?

Solo per acquistare altri beni, a seguito del fallimento di molti privati e molte aziende?

La ragione delle crisi è la stessa che regge il sistema fiscale dissennato che abbiamo. Un sistema fiscale assurdo, che però ha una ragione molto profonda. Il sistema di tassazione deve essere vessatorio e non ci sarà mai un governo che ridurrà le tasse veramente. I soldi, infatti, in realtà ci sono, ma vengono dispersi decuplicando il costo delle opere pubbliche, finanziando società inesistenti grazie all’aiuto della CE, creando fondi neri, spendendo miliardi di euro per una sanità malata.

Il vero scopo del sistema di tassazione attuale, però, non è quello di reperire fondi da spartire tra le elite (ne hanno già a sufficienza senza dover rubare anche pochi spiccioli al cittadino comune) ma quello di costringere il cittadino a non alzare mai la testa; lo scopo è cioè quello di farlo lavorare dodici ore al giorno per sopravvivere. Se non avrà troppo tempo libero, non avrà tempo per riflettere, informarsi e svegliarsi.” Paolo Franceschetti

 

“Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.” Hans Hermann Hoppe

 

“Ogni rivoluzione moderna ha visto furbi e spregiudicati razziatori tirare le fila nell'ombra, spingendo avanti una rozza e ottusa plebaglia sanculotta a versare il sangue per eliminare fisicamente i re e la nobiltà ai re fedele. Sono questi razziatori di un nuovo tipo, banchieri e appartenenti all'alta borghesia,  che intendono impadronirsi dello stato-apparato e in particolare del fisco per aumentare enormemente le proprie ricchezze a spese di tutti gli altri membri della comunità. Razziatori che sanno avvalersi di una sleale mistificazione della realtà utilizzando a tale scopo intellettuali prezzolati per far apparire al popolo la menzogna come verità.” Filippo Matteucci

 

“E tutto questo non sarebbe possibile senza la complicità dell’informazione ufficiale, il cui scopo unico è ormai diventato quello di tenere distratte le masse mentre qualcuno agisce contro i loro interessi, magari inscenando attentati che servono a giustificare aggressioni a paesi stranieri con la menzogna della “difesa preventiva”, oppure amplificando la paura e l’allarme per certe “catastrofi”, come l’AIDS o il global warming per cui è richiesta una gestione a livello planetario, un Nuovo Ordine Mondiale.” Alberto Medici

 

“Il potere viene esercitato dal dominante sul dominato e consiste nella possibilità per il dominante di imporre al dominato prestazioni fisiche e/o prestazioni patrimoniali. Le prestazioni fisiche possono andare dalla mera schiavizzazione alle antiche corvé medioevali, dal servizio militare al lavoro dipendente sottopagato di oggi. Le prestazioni patrimoniali tipiche sono la tassazione, il pizzo, l'inflazione. Entrambe le tipologie di imposizione costringono il dominato a destinare parte delle risorse della sua vita, soprattutto tempo ed energie, a vantaggio di un estraneo. Per detenere il potere il dominante deve ideare e porre in essere forme di controllo sul dominato, e queste forme di controllo possono concretizzarsi ed essere organizzate in apparati, anche, ma non solo, statuali.” Filippo Matteucci

 

“Piano di fuga fai-da-te

Primo: liberarsi dalla schiavitù della televisione

Secondo: liberarsi dalla falsa informazione

Terzo: liberarsi dalla paura della malattia

Quarto: liberarsi dalla paura della povertà

Quinto: liberarsi dalla paura del diverso e del terrorismo

Sesto: liberarsi dalla schiavitù del denaro

Settimo: liberarsi da tutti i legami

... L’amore è una attività, presuppone un movimento, qualcosa che si fa nei confronti dell’amata: la curo, la veglio, la coccolo, sono premuroso, cerco di capire… il legame invece è una passività: sono soggetto passivo di un legame, non posso muovermi, non sono libero, non posso andare dove voglio, agire come mi pare… sono diversi come il giorno e la notte!” Alberto Medici

 

“Sotto il profilo economico, sia il diritto positivo, con il prescrivere contro la natura del mercato la burocratizzazione del mercato medesimo e la scomparsa della libera concorrenza, sia la tassazione, ovvero l'assoggettamento al tributo, sia infine il controllo sull'emissione della moneta e la conseguente voluta inflazione, permettono ai dominanti di stroncare sul nascere l'accumulazione di ricchezze da parte di famiglie concorrenti. Viene così impedita la costruzione di patrimoni a quelle élites che, in assenza di tali vessazioni, sarebbero emerse naturalmente per i loro meriti e le loro capacità, probabilmente ben maggiori di quelli dei dominanti stessi.” Filippo Matteucci

 

“Anche il diritto penale è pensato per tutelare i delinquenti e non le vittime.

Tra i delinquenti c’è una suddivisione in categorie.

1) Reietti. I reietti sono quelli che vanno in galera sicuramente, se vengono beccati. Sono in genere mafiosi, che sono quelli che subiscono le pene più dure.

2) Sfigati. Sfigati sono in genere gli extracomunitari o i drogati, che subiscono pene di media entità e nel cinquanta per cento dei casi possono finire in carcere.

3) Eletti. Appartengono a questa categoria quelli che non vanno mai in carcere e se ci vanno gli danno tutti i privilegi e li trattano come se fossero in albergo; sono gli amministratori pubblici, che hanno pene ridicole o inesistenti, e comunque nei pochi casi in cui vengono processati il processo va in prescrizione.

Poi ci sono i cittadini ordinari, che rientrano in una delle tre classi sopraelencate, a seconda dei soldi di cui dispongono, della loro appartenenza ad organizzazioni massoniche o paramassoniche, e da altre variabili.

Rubare un cesto di mele da un negozio di frutta e verdura, o un portafoglio su un autobus, ad esempio è un reato punito con la pena da 1 a sei anni (articolo 625).

Rubare un miliardo di euro agli azionisti, in una società che fattura dieci miliardi all’anno, non è punibile. Rubare un miliardo di euro in una società che fattura un miliardo di euro all’anno è punito con la pena da quindici giorni ad un anno (articolo 2621 e ss del codice civile).

Quindi chi ruba una mela è uno sfigato; chi ne ruba mille è un reietto; ma se rubi mille miliardi sei un eletto.” Paolo Franceschetti

 

 

 

 

 





26 giugno 2011

PIU' TASSE SUI TUOI RISPARMI? NO, GRAZIE



RISPARMIO E FISCO. EFFETTI DI UN AUMENTO DELLA TASSAZIONE SUI REDDITI FINANZIARI DELLE PERSONE FISICHE.

  

Il termine “rendita” nelle scienze economiche ha tutt’altro significato, definisce il guadagno che deriva dalla proprietà della terra. Oggi tale termine viene usato volutamente in modo errato e ipocrita per suggerire l’idea che i percettori di redditi finanziari, i risparmiatori, siano dei ricchi parassiti immersi nell’ozio, che vivono, appunto, “di rendita”, e non producono nulla. La realtà è ben diversa. Chi oggi non dedica tempo, lavoro, energie e soldi nella personale ricerca del miglior investimento finanziario, e investe a caso, sicuramente non sta guadagnando niente, anzi sta rimettendoci. Chi si affida alla gestione altrui non arricchisce, ma fa arricchire il gestore. Se oggi si vuole tirare fuori dagli investimenti finanziari qualche euro, occorre divenire dei trader, almeno a livello semiprofessionale. Il lavoro di investimento finanziario è un lavoro durissimo, senza orari né ferie, ad altissimo rischio (soprattutto in Italia, dove sono carenti o inesistenti delle reali protezioni per i risparmiatori), lavoro che richiede una preparazione e un impegno enormi, continui, impensabili.

Perché allora si continua ad usare l’errato termine “rendite”, dipingendo i risparmiatori come ricchi oziosi, come parassiti da tartassare? La risposta è molto semplice: tutto il gran parlare che si fa, tutta la manfrina sulle “rendite” finanziarie, è opera di certi industriali i quali mirano a pagare meno tasse e a tassare di più gli altri Italiani.  

Esaminiamo innanzitutto sinteticamente quali sono i redditi da investimento finanziario,

DIVIDENDI: parte degli utili di una società distribuita agli azionisti. Il risparmiatore che investe acquistando azioni di una società diviene comproprietario pro quota di quella società.

PLUSVALENZE o  CAPITAL GAINS: differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita di uno strumento finanziario, azione, obbligazione, future, ecc.. Il risparmiatore, con un difficile lavoro di trading, cerca di guadagnare sulla differenza di prezzo, rischiando però molto seriamente di perdere.

INTERESSI: remunerazione del capitale prestato. Il risparmiatore, investendo in (cioè comprando) obbligazioni (bond) emesse o da stati (BTP, BOT, Bund…) o da società private (corporate), presta loro soldi, rischiando di non riaverli indietro (bond Cirio, bond argentini), e in cambio riceve un interesse. Non rendono più quasi nulla, invece, depositi e conti correnti, anzi questi ultimi spesso generano costi netti per il correntista. 

In tutti e tre i tipi di redditi finanziari ora visti, vi è un guadagno reale solo se a fine anno l’accrescimento monetario dei soldi del risparmiatore è superiore alla perdita di valore, di potere d’acquisto dei soldi stessi, cioè se è superiore all’inflazione effettiva; altrimenti c’è una perdita reale (o rendimento reale negativo). In questi ultimi anni i guadagni monetari sono stati e sono tuttora nettamente inferiori all’inflazione effettiva, quindi i risparmiatori stanno perdendo soldi; questo ha generato la corsa all’acquisto degli immobili, con conseguente bolla speculativa immobiliare. 

L’aumento della tassazione sui risparmi dei cittadini è iniquo, ottuso e controproducente per lo sviluppo del paese perché:

 1. i possessori di grandi patrimoni mobiliari (tra cui molti di quegli industriali che oggi chiedono a gran voce di tartassare i risparmi) non verranno minimamente scalfiti da tale aumento della tassazione sui redditi finanziari, in quanto costoro o hanno già la residenza fiscale all’estero, o hanno messo in atto escamotage di fiscalità internazionale, quali i trust offshore, per cui già oggi non pagano all’Italia un centesimo di tasse su tali grandi capitali mobiliari, né l’Italia può e potrà fare nulla contro di loro; l’aumento della tassazione sui redditi finanziari mira a colpire quindi solo i piccoli e medi risparmiatori e trader; 

2. i risparmiatori sono stati i più svantaggiati nella redistribuzione del reddito degli ultimi anni, tra rendimenti reali negativi, crollo della new economy, crisi dei subprime, crack di società quotate (Parmalat, Cirio, Ferruzzi…), crollo dei titoli bancari e assicurativi; nel contempo i prezzi degli immobili, anche delle più scassate bicocche, sono saliti alle stelle gonfiati dai tassi ai minimi del secolo;

3. il risparmio è denaro, moneta, e come tale è soggetto ad inflazione, cioè a perdita di potere di acquisto, ovvero a perdita di valore. Questa perdita di valore va a favore dello stato, uno stato debitore in quanto è lui che emette tale moneta. Quindi l’inflazione è una tassa, come ben sanno anche i sedicenni che studiano ragioneria. Tutti sperimentiamo quotidianamente che in Italia c'è un'inflazione ben superiore a quella ufficialmente dichiarata dall'ISTAT;

4. decine di migliaia di risparmiatori nei decenni scorsi hanno ripopolato Svizzera, Montecarlo e Austria, fuggendo dall’Italia, portando via i loro sudati soldi anche quando il farlo costituiva reato, pur di difenderli e salvarli; far fuggire anche gli ultimi rimasti sicuramente non aiuta l’Italia a risalire la china dello sviluppo economico. Se verrà elevata l’aliquota sui redditi finanziari l’Italia avrà perso per tali risparmiatori l’ultima attrattiva che le era rimasta. Di paradisi fiscali sparsi per il mondo (o neanche troppo lontani) che li aspettano a braccia aperte, e già pieni di Italiani, ne trovano quanti ne vogliono. E gli anni '60 e '70 hanno ampiamente dimostrato che i capitali in fuga non possono essere fermati;

5. in Italia i redditi da risparmio costituiscono comunque, se non altro a livello psicologico, una parte consistente del potere d’acquisto e di consumo delle famiglie; la diminuzione di tali redditi, annientati dalla tenaglia bassi rendimenti – aumento della loro tassazione, ha devastanti effetti depressivi su economia e consumi, innestando una spirale di stagnazione che può durare decenni, come è successo in Giappone;

6.  la fuga dagli investimenti finanziari spingerebbe la gente ad investire ancora di più in immobili, e quindi causerebbe aumento dei prezzi degli immobili già ora insostenibili;

7.  a livello di Scienza delle finanze, il beneficio per l'erario derivante dall’aumento della tassazione sui redditi finanziari è miserabile, irrisorio, con più svantaggi che vantaggi, mentre ne è ben chiara la creduta valenza politico-demagogica, oltretutto nettamente obsoleta in relazione all'attuale composizione del patrimonio della maggioranza degli Italiani: tutti gli Italiani hanno qualche risparmio; 

8. chi ha risparmi da investire in strumenti finanziari, ha tali risparmi perché ha messo da parte una quota dei suoi redditi: redditi già tassati dall’imposta sul reddito nei periodi fiscali in cui sono stati percepiti; i risparmi sono quindi reddito già tassato; 

9. i dividendi, in quanto utili societari, sono già tassati in capo alla società, la quale li distribuisce al netto dell’imposta societaria ai risparmiatori-azionisti, i quali poi, nuovamente, pagano l’imposta sostitutiva su di essi;  i dividendi sono quindi già doppiamente tassati; 

10. le plusvalenze e gli interessi sono guadagni per chi li percepisce, ma perdite per chi li paga: il saldo finale per l’intera economia è zero, non vi è valore aggiunto assoggettabile equamente a tassazione, né motivi equi per cui il fisco si intrometta tra chi perde e chi guadagna; 

11. se certi industriali italiani (e occidentali in generale) non sono buoni a fare profitti non è per il carico fiscale che subiscono, di fatto bassissimo: l’aliquota del 33% sul reddito d’impresa è fittizia, visto che si applica non su tutto il reddito, ma solo sul reddito imponibile, e qualsiasi commercialista è in grado di decimare l’imponibile del reddito d’impresa. Le aliquote sui redditi finanziari, invece, si applicano su tutto il reddito, fino all’ultimo centesimo, non essendovi alcuna possibilità di dedurre costi e spese dall’imponibile. Quindi il paragonare l’aliquota del 33% del reddito d’impresa a quella del 12,5% sui redditi finanziari o è poco intelligente o è, più plausibilmente, ipocrita e pretestuoso. Il vero problema, insormontabile, è che il costo del lavoro italiano è dieci volte quello cinese o indiano;


12. per i risparmiatori le perdite finanziarie (minusvalenze) sono deducibili dal reddito imponibile solo per quattro anni, quando i cicli economici e di borsa durano ben più di quattro anni. Esemplificando molto, se nell’arco di dieci anni il risparmiatore ha guadagnato 10 e perso 20, con un risultato finale netto negativo (perdita) di –10, ha comunque buone probabilità di pagare tasse come se avesse guadagnato +5 (può sembrare assurdo, ma è così, questa è la legge in vigore);

13. il risparmio è il principale mezzo per la mobilità sociale. Le famiglie meno agiate possono sperare di elevarsi dalla loro posizione sociale semiservile solo mettendo da parte risparmi e costruendosi pian piano un proprio patrimonio familiare. Tassare il risparmio delle famiglie, dei lavoratori, vuol dire condannarli a una semischiavitù permanente.

Ricordo infine che la nostra Costituzione agli articoli 42 e 47 tutela la proprietà privata degli immobili e il risparmio in tutte le sue forme.

Nessuna tassa è a favore del popolo, tutte le tasse sono contro il popolo. La via maestra è ridurre sprechi e spese, meno stato e più mercato, e non più tasse a questo o a quello.

Filippo Matteucci

Economista




27 febbraio 2011

MARIO DRAGHI E I TASSI DI INTERESSE

Il Governatore della Banca d’Italia Draghi ha intelligentemente riconosciuto che i bassissimi tassi di interesse, i più bassi da almeno due secoli, non hanno avuto alcun effetto benefico sull'economia e sulla ripresa.

Cito testualmente dal suo ultimo intervento al 17° Congresso AIAF - ASSIOM FOREX, visibile per intero qui:

http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/forex-26022011/Draghi_260211.pdf  :

 

“D’altronde,  tassi  reali  a  breve  termine  ampiamente  negativi,  come  quelli osservati negli ultimi due anni, non sono stati sufficienti a rialzare le prospettive di crescita delle economie meno dinamiche.”

“Nei primi nove mesi dello scorso anno gli utili dei cinque maggiori gruppi [bancari italiani] si sono ridotti dell’8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009; il rendimento del capitale e delle riserve, espresso su base annua, è sceso sotto il 4 per cento. Il margine d’interesse è sceso in due anni dal 2,0 allo 0,9 per cento del totale dell’attivo, a causa del  rallentamento  dei  volumi  intermediati  e  del  calo  del  mark-down  sui  depositi  a vista  determinato  dal  basso  livello  dei  tassi  d’interesse.”

“A beneficio della crescita di tutta l’economia andrebbe un assetto normativo ispirato, pragmaticamente,  all’efficienza  del  sistema.  Se  la  legislazione  non  è trasparente, di  qualità, stabile, se gli oneri amministrativi non sono proporzionati alle  attività  che  si  devono  regolare,  l’economia  alla  lunga  declina.”

 

 

Da anni io sostengo che abbassare il tasso di interesse non porta alcun vantaggio per le economie avanzate, anzi troppo spesso arreca danni seri e irreparabili sia al sistema economico sia al tessuto sociale.

 

Ricordo questo mio articolo di quasi sei anni fa, pubblicato su Società Libera del 29 Settembre 2005, qui:

http://www.societalibera.org/it/documdi/documdi_20050929_matteucci.html

che posto qui sotto per comodità del lettore.

 

Forse qualcuno troppo abituato a giocare con formulette econometriche avrebbe tratto beneficio da una sua lettura, magari attenta e seguita da una responsabile riflessione...

 

“Effetti della manovra sul tasso di interesse

 

Col presente articolo intendo svolgere alcune considerazioni, assolutamente non sistematiche, sulle conseguenze delle manovre sul costo del denaro, considerazioni che si inquadrano tuttavia nella critica ai fautori di un’economia di carta; mi riferisco con tale locuzione agli epigoni delle antiliberiste scuole keynesiane o neokeynesiane, a coloro che sognano di poter creare ricchezza dal nulla, ricorrendo alla spesa pubblica, al debito pubblico, a interventi e interferenze di uno stato onnipresente su variabili economiche non reali ma meramente contabili o monetarie.

 

Gli effetti di una manovra, al rialzo o al ribasso, sui tassi di interesse (1) ricadono principalmente su due grandezze macroeconomiche: il tasso di cambio della valuta nazionale e la domanda interna. Tralascio per brevità altri effetti secondari.

 

Per quel che concerne gli effetti sul tasso di cambio, è ovvio che maggiori rendimenti del denaro imprestato e, di conseguenza, maggiori rendimenti dei titoli di stato (2) attraggono capitali esteri. La maggiore domanda di bond da parte di soggetti esteri, porta a una maggiore domanda estera della valuta in cui quei bond sono emessi, provocando un rialzo del tasso a cui quella moneta è scambiata con altre valute. Una diminuzione del costo del denaro ha naturalmente effetti inversi.

Contestazioni radicali vanno invece avanzate contro le supposizioni dell’ortodossia statalista sugli ulteriori effetti che il rafforzamento o il deprezzamento di una valuta nei confronti delle altre ha sul prodotto interno e sul reddito. Cominciamo col fare dei distinguo basati sul tipo di economie prese in considerazione. Paesi che producono merci di fascia bassa, tecnologicamente mature od obsolete, di bassa qualità, si affannano ad alimentare le loro esportazioni con svalutazioni competitive della loro moneta. Le altre nazioni che importano tali beni sono così invogliate all’acquisto dal fatto di pagare poco, con le loro monete più forti, tali merci. Una moneta nazionale svalutata fa sì, perciò, che i prodotti di quel paese costino di meno all’estero, e si vendano di più. La diminuzione del costo del denaro e la conseguente svalutazione della moneta possono quindi costituire una strategia percorribile per i paesi che esportano prodotti ad alto contenuto di lavoro e di materie prime nazionali, soprattutto se tali paesi sono ai primordi dello sviluppo economico, sempre tuttavia a non voler considerare il depauperamento delle risorse interne e la sottoremunerazione dei lavoratori che a tale strategia conseguono.

Ben diverso è il discorso per le economie di trasformazione, che esportano cioè prodotti ad alto contenuto di materie prime importate. In tali paesi, le svalutazioni competitive della moneta comportano momentanei e illusori miglioramenti della bilancia commerciale (3), della domanda estera e del prodotto interno, miglioramenti che svaniscono come fumo non appena le imprese devono ricostituire le loro scorte di materie prime riacquistandole all’estero a prezzi resi più cari dalla svalutazione della moneta con cui comprano (4). Gli effetti della spirale inflazionistica che tale manovra provoca sui prezzi sia interni che esteri dei beni prodotti in tali paesi sono una realtà storicamente e tristemente più che provata: ne sa qualcosa l’Italia. Ma la svalutazione competitiva ben si addice alle economie di carta perseguite dagli economisti neokeynesiani, le cui teorie vorrebbero sostituire, come causa di incremento delle esportazioni, un effetto da illusionisti, il momentaneo calo dei prezzi all’estero dei prodotti da esportare indotto dalla svalutazione della moneta, a un fattore concreto e reale, la qualità e la competitività tecnologica dei prodotti nazionali. Una delle riprove storiche di quanto affermo è rinvenibile nella Germania dell’epoca di Kohl: il marco tedesco era la moneta forte mondiale, quasi un bene rifugio, i prodotti tedeschi all’estero erano nettamente più cari di quelli dei paesi esportatori concorrenti, eppure la Germania esportava a spron battuto, perché i suoi prodotti erano tra i migliori, e gli acquirenti di tutto il mondo li richiedevano (5).

Sintetizzando, e riferendomi alle sole economie avanzate di trasformazione, esporta quel sistema – paese che produce beni di qualità migliore e riesce così a conquistare la fiducia dei consumatori, interni ed esteri; e non quel sistema – paese che, ricorrendo a forzate diminuzioni del costo del denaro e conseguenti svalutazioni competitive, affossa la propria moneta distruggendo la ricchezza liquida dei propri cittadini (6). Inutile ricordare che l’intera area dell’euro è un’economia avanzata di trasformazione.

 

Veniamo agli effetti sulla domanda interna, anch’essa componente del prodotto interno e del reddito, al pari di quella estera. I teorici statalisti e antiliberisti delle economie di carta sostengono che la diminuzione del costo del denaro invoglierebbe gli imprenditori a investire, potendo questi ultimi prestarsi soldi dal sistema finanziario e creditizio a un tasso inferiore. La spesa per investimenti così generata avrebbe un effetto moltiplicatore su tutto il sistema economico, creando prodotto interno e reddito nazionale. Ugualmente, i consumatori sarebbero indotti a risparmiare di meno, visto il minor rendimento dei loro risparmi, e a spendere di più, magari comprando a rate quando i risparmi non ci sono. Tale aumento dei consumi incrementerebbe a sua volta la domanda interna. A fronte di tali ottimistiche aspettative c’è la realtà di megasistemi economici, quali l’area dell’euro e il Giappone, con tassi reali di interesse negativi (7) ed economie in stagnazione da anni. Come mai in tali aree economiche la domanda, gli investimenti, i consumi non ripartono? A questi tassi di interesse, i più bassi del secolo, queste economie avrebbero dovuto schizzare in alto come uno Shuttle dalla sua rampa di lancio. Invece gli unici fenomeni economici che si riscontrano in tali aree, oltre alla stagnazione, sono una bolla speculativa immobiliare e una perdita del potere di acquisto delle famiglie, con difficoltà per le stesse ad arrivare alla fine del mese.

Eppure la risposta a tale apparente stranezza è evidente, e non la si vede solo se non la si vuol vedere: le possibilità economiche delle famiglie sono decimate dal calo dei rendimenti dei loro risparmi e dall’aumento dei costi per le abitazioni. Le famiglie si tengono ancora più stretti i loro risparmi, non consumano, non domandano i prodotti che le imprese offrono. Gli imprenditori di conseguenza non investono: poco importa se a me imprenditore la banca presta a poco i soldi per ampliare la mia impresa e produrre di più, quando non avrei nessuno disposto a comprare questo surplus aggiuntivo di prodotti. E quindi la domanda interna non cresce. Cresce invece a dismisura il prezzo degli immobili, perché, visto il rendimento reale negativo di depositi e obbligazioni, la gente investe i propri risparmi nel mattone. E chi non ha risparmi è comunque invogliato dal bassissimo costo dei mutui ad acquistare anch’egli immobili, prestandosi il denaro necessario. Gli immobili sono infatti un investimento sicuro, visto che la pressione degli immigrati extracomunitari tiene su la domanda di case, in proprietà o in affitto, e impedisce odierne e future diminuzioni del loro prezzo.

E’ quindi ora evidente ciò che voglio sostenere: nei paesi avanzati, ricchi, dove i residenti sono possessori di piccole e grandi ricchezze mobiliari, il rendimento del denaro, dei risparmi, prima di essere un costo per le imprese indebitate, è una componente basilare, sia in senso materiale che psicologico, del reddito delle famiglie. Una diminuzione del rendimento del denaro produce una flessione dei consumi, a mio avviso ben più pesante dell’altra conseguenza, peraltro estremamente teorica, di tale diminuzione, e cioè l’aumento degli investimenti delle imprese.

Sottolineo che analogo effetto depressivo sui consumi delle famiglie, e di conseguenza sull’intera economia, ha un aumento della tassazione sui redditi finanziari, incidendo anch’essa sulle possibilità di reddito e di spesa delle famiglie. L’erario di stati con un elevato debito pubblico, come l’Italia, beneficia sì, in caso di bassi tassi di interesse, di un minor esborso di spesa per interessi sul debito, ma a tutto svantaggio delle tasche dei cittadini risparmiatori, che hanno prestato quei soldi allo stato investendo in BOT, CCT e BTP; l’effetto è lo stesso di una maggiore tassazione proprio sui risparmi.

 

Non sono certo questi giochi (8) su variabili monetarie e contabili, su tassi e tasse, sull’ultima bidonata da rifilare a investitori e risparmiatori che salveranno l’Europa dall’attuale decadenza. Penso invece che il problema sia un problema di qualità. Qualità di certa imprenditoria, troppo abituata a sussidi di stato, bassa tassazione effettiva sui redditi d’impresa, frequente ricorso al nero (9). Qualità della classe dominante, dei c.d. “poteri forti” assistiti (10), delle famiglie dominanti, più use allo sfruttamento del resto del paese (11) che ad acquisire capacità, meriti, successi sul campo e virtù. Qualità dell’apparato amministrativo, elefantiaco generatore di debito pubblico, di sprechi incontrollati, causa di prelievo fiscale eccessivo, clientelare datore di lavoro di milioni di dipendenti pubblici scarsamente produttivi. Qualità dei lavoratori, poco inclini a riqualificare le loro labour skills e i loro stili di vita, come la competizione globale richiederebbe.

In Italia, in particolare, troppa gente vuol vivere sulle spalle degli altri, in modo lecito o illecito, pretendendo il ricorso alla tassazione o al pizzo. Ovvio che in un tale scenario non edificante, chi può cominci a guardarsi intorno: il mondo è vasto, e altri paesi possono offrire qualità di vita, sicurezza, tranquillità (anche fiscale) ben maggiori.

 

 

 

Note:

 

(1) Il tasso di interesse altro non è che il costo del denaro per chi si indebita, e il rendimento dei soldi dati in mutuo per chi li presta.

(2)  I titoli di stato sono titoli rappresentativi di soldi prestati allo stato.

(3)  Ma con movimenti di capitali in fuga verso l’estero.

(4) Non rientrano invece i capitali fuggiti all’estero: i capitali hanno una memoria da elefante e, una volta scottati da svalutazioni e tassazioni, difficilmente ritornano da chi li ha traditi.

(5)  Ovviamente, il riferimento a Kohl astrae completamente dal colore politico dell’allora cancelliere tedesco. Oggi, in Europa, non è rilevante il credo politico professato dagli amministratori pubblici. Occorre invece capire quali diverse alleanze (o cosche, come le chiama Briatore) tra famiglie padrone di multinazionali o di grandi imprese finanzino e diano ordini a questo o a quel politico. E per saperlo basta informarsi sullo yacht di chi il tale ministro ha passato le ferie. Il tutto detto senza alcuna ironia.

(6)  E’ singolare e indicativo che i mass media vogliano farci credere che tali svalutazioni vengono effettuate non solo a favore degli imprenditori ma anche e soprattutto a favore dei lavoratori, quando in realtà sono proprio i risparmi e il potere d’acquisto dei lavoratori e degli anziani che vengono distrutti e mandati in fumo dall’inflazione che ne consegue.

(7) Tasso reale negativo vuol dire che chi presta soldi ha un rendimento inferiore all’inflazione, cioè alla perdita di potere d’acquisto dei soldi prestati, e quindi sta rimettendoci. Sta anche pagando una tassa allo stato, visto che l’inflazione è di fatto una tassa. Naturalmente mi riferisco all’inflazione reale, non ai dati dell’ISTAT, cui non crede più nessuno.

(8)  Giochi i cui registi sono sclerotici e ben conosciuti “poteri forti”, miranti come sempre solo ai loro momentanei interessi, a scapito degli altri cittadini.

(9) Occorre distinguere: la qualità la troviamo nella piccola e media impresa, non nella grande impresa assistita, usa com’è quest’ultima a fare e disfare i governi e a ripianare i bilanci in rosso coi soldi dei contribuenti. D’altra parte, proprio quelli che hanno fatto fortuna sfruttando il lavoro sommerso per fabbricare i loro prodotti a bassa tecnologia, senza mai pagare una lira di tasse, oggi, uscendo in yacht dal guscio delle loro province, si ergono a moralizzatori del sistema e a tartassatori di risparmiatori e investitori.

(10)  Poteri forti la cui esistenza viene affannosamente negata proprio da quei partiti, di vari ed opposti colori politici, da tali poteri oggi finanziati; poteri forti a cui fa profitto controllare non i mercati ma gli stati; poteri forti a cui fa paura non la piazza o il sindacato ma solo la più sfrenata libera concorrenza.

(11)  Vedasi le recenti pretese di aumentare la tassazione sui risparmi degli altri cittadini.”

 

 

Chi volesse approfondire ulteriormente l'argomento può leggersi il mio "Principi di economia privatista" qui:

http://www.finanzaediritto.it/articoli/principi-di-economia-privatista-4096.html

 

Il Cavaliere Premier farebbe meglio a contornarsi di validi e pragmatici economisti, invece che di equivoche e inutili ballerinette.

 

 

Avv. Filippo Matteucci

Economista liberista

 

 

 

 




18 giugno 2010

CAMERON & MERKEL: PIU' TASSE SUI NOSTRI RISPARMI? NO, GRAZIE

CAMERON & MERKEL: PIU' TASSE SUI NOSTRI RISPARMI? NO, GRAZIE


CAMERON & MERKEL: CHE BELLA COPPIA!!

di Filippo Matteucci » ven giu 18, 2010 7:11 am
CAMERON; MERKEL: LA FINTA DESTRA, STATALISTA E TASSAIOLA COME LA VECCHIA SINISTRA, ENTRAMBE AGLI ORDINI DEGLI STESSI PADRONI.
(MARGARET & RONALD, COME VI RIMPIANGIAMO…)



I REGALI DI MAMMA MERKEL

I giornali di oggi riportano la notizia che la cancelliera tedesca Angela Merkel vuole tassare ulteriormente i prodotti finanziari, in altre parole i risparmi dei lavoratori e degli anziani. La Merkel fa finta di non sapere che i risparmi sono già supertassati dall’inflazione (e l’inflazione è una tassa, la peggior tassa, anche se i mass media di regime si guardano bene dal dirlo).
La Merkel ben rappresenta le famiglie padrone, la grande industria assistita, sovvenzionata, sussidiata, succhiasoldipubblici. In Italia ricordiamo i politici vicini alle famiglie padrone ( poco importa che siano dipinti di rosso, di bianco o di nero) che richiedevano qualche anno fa il raddoppio della tassazione sulle rendite finanziarie, ovvero sempre sui risparmi di lavoratori e anziani. Ovvio che queste tasse sui risparmi andrebbero a colpire sempre e solo il popolo, la gente comune, e mai i veri ricchi, i veri padroni, le famiglie dominanti, quelli che fanno eleggere certa gente alle cariche politiche. I veri ricchi di tasse non pagano una lira, anzi usano lo stato e il fisco per impadronirsi dei soldi degli altri, del popolo, di noi gente comune. Lo stato e il fisco sono roba loro, roba dei padroni, strumenti dei padroni; dare più soldi e più potere allo stato vuol dire dare più soldi e più potere alle famiglie padrone, contro il popolo. Lo stato è sempre dei padroni e contro il popolo.
Lo stato non siamo noi; lo stato è contro di noi.
Lo stato è uno strumento della famiglie padrone contro le altre famiglie, contro la mia famiglia, contro le nostre famiglie. Alle famiglie padrone piacciono i soldi, i soldi degli altri, i soldi nostri.
La Merkel ben rappresenta certa destra statalista e tassaiola, depredatrice di lavoratori e risparmiatori. Anche Berlusconi poteva risparmiarsi certe uscite contro la speculazione sulle borse merci: la crisi è stata causata dai tassi di interesse troppo bassi che hanno provocato la bolla immobiliare e creditizia del 2008, e non dalla speculazione; lo sanno tutti, ma ai mass media di regime fa comodo far finta di non saperlo.
Interventi degli stati servi dei padroni sui mercati finanziari sono interventi liberticidi.
I mercati finanziari sono l’ultima oasi di libertà, di libera concorrenza, di libero mercato: ogni intervento dello stato dei padroni contro i mercati finanziari è un intervento contro il popolo, contro i lavoratori che risparmiano. Ma i padroni non vogliono che i servi risparmino e si facciano un capitale familiare, temono le famiglie concorrenti. I servi devono rimanere servi, i servi devono essere tutti uguali davanti al padrone, e fare la fila proni e ossequienti per elemosinare un miserabile posto pubblico.
Tornando alla Merkel, ricordo alcuni suoi regali ai lavoratori che risparmiano: le azioni Volkswagen, che hanno perso in un anno il 70 % (la ditta va bene, ma i suoi padroni giocano a spennare i risparmiatori, e il loro (!) governo glielo permette…), le azioni dei magazzini Arcandor Karstadt Quelle, ditta fatta fallire dal rifiuto di aiuti da parte della Merkel, divenute carta straccia, le azioni della banca (di fatto pubblica) IKB, crollate del 97 % … questi sono i regali ai risparmiatori di mamma Merkel.

Invito tutti i risparmiatori a non comprare e a boicottare azioni e obbligazioni tedesche finché la statalista e tassaiola Merkel rimane al governo.

Per chi ha la voglia e il tempo di approfondire l’argomento consiglio le seguenti letture:

http://epistemes.org/2008/01/10/dieci-b ... e-rendite/
Articolo di Benedetto Della Vedova, Piercamillo Falasca e Mario Seminerio

http://www.tradersxsempre.com/public/fo ... ded&start=
(intervento di Luciano Priori Friggi)

by http://www.lewrockwell.com/paul/paul334.html
(articolo sull’Inflation Tax di Ron Paul)

http://www.clubeconomia.it/articoli/articolo.php?id=553
(articolo di Gian Battista Bozzo)

http://www.ideazione.com/rivista/6-06/mancia_06_06.htm
(articolo di Andrea Mancia)

http://www.italia-risparmio.it/finanza/ ... azione.php
(articolo mio)

http://www.fff.org/freedom/0293c.asp
(articolo di Victor Niederhoffer)

 

I risparmi dei cittadini sono già tassati pesantemente dall’inflazione.
Un’ulteriore tassazione sui risparmi e/o sui proventi dei risparmi è iniqua e predatoria.
L’inflazione è una delle tasse più pesanti, colpendo il risparmio e il potere d’acquisto dei cittadini.
L’inflazione serve a finanziare spese pubbliche pilotate, stampando nuova carta moneta che va a inflazionare la carta moneta esistente, cioè la liquidità in mano ai cittadini. Le famiglie dei lavoratori risparmiatori vengono così impoverite, e la ricchezza loro depredata tramite l’inflazione va a arricchire le famiglie dei beneficiari della spesa pubblica, beneficiari designati arbitrariamente e clientelarmente.

E’ invece giusto che la ricchezza che ogni famiglia deve avere venga determinata dai meriti, dalle virtù, dall’intelligenza, dall’accortezza, dalla probità di quella famiglia, e non da chi controlla lo stato, il fisco, la spesa pubblica e l’emissione di moneta.

Una moneta d’oro o strettamente ancorata all’oro salverebbe i risparmi e il potere d’acquisto dei cittadini, dei ceti produttivi.

Per tutto questo:

NO ALLE TASSE SUI RISPARMI E SUI PROVENTI DEI RISPARMI (ipocritamente chiamati “rendite finanziarie” da chi vuol vivere sulle spalle altrui, da chi vuol rubare i soldi degli altri, da chi vuol rubare i soldi a chi se li è sudati).

NO ALLA TASSAZIONE DI OBBLIGAZIONI, TITOLI DI STATO, AZIONI, INTERESSI, DIVIDENDI E CAPITAL GAINS.

Filippo Matteucci
Economista Libertarian

PIU' TASSE SUI TUOI RISPARMI?
NO, GRAZIE

http://www.foto-blog.it/img/d148_4857.jpg

 

QUALCUNO DEVE RICORDARE E MANTENERE LE PROMESSE...

 




6 febbraio 2010

SPECULAZIONE E MOBILITA' SOCIALE

 SPECULAZIONE E MOBILITA' SOCIALE

Nel mondo della finanza, delle Borse mondiali, una delle poche oasi di libero mercato rimaste,  gli speculatori sono coloro che rendono possibile l’interscambio al miglior prezzo di merci e valori, così svolgendo una funzione benefica e indispensabile per l’economia. La speculazione è quindi normale, ed enormemente utile, in una economia libera.

La speculazione è anche e soprattutto l'unica via rimasta a chi è nato in una famiglia modesta per farsi strada nella vita, per accrescere il patrimonio della sua famiglia.
Tutte le altre vie di innalzamento sociale sono strettamente controllate dalle famiglie padrone e dai loro lacchè del politburò.
Minimi avanzamenti sociali vengono concessi solo a quelle famiglie di servi di provata fedeltà verso i padroni, in cambio di una totale obbedienza e di una completa rinuncia a qualsiasi sentimento di onestà e giustizia.

Coloro che instillano in un popolo completamente tenuto ignorante in materia l'odio verso lo " speculatore " vogliono solo bloccare la mobilità sociale.

Vogliono che il figlio del servo continui a fare anche lui il servo, anche se meritavole e capace; vogliono che il figlio del padrone rimanga padrone, anche se balordo, drogato e buono a nulla.

Predicano contro la speculazione quei poteri forti statalisti succhiasoldipubblici che sono soliti eliminare ope judicis i competitors migliori di loro.
Tali poteri forti, andati a male come un cibo scaduto, controllano lo stato e lo usano, oltre che per depredare il popolo, contro coloro che per merito avrebbero il diritto a sostituirli.
Bloccano così il ricambio delle élites, indispensabile per la salute e il buon funzionamento del sistema economico e politico.


Voce " MOBILITA' SOCIALE " da Wikipedia:

"Per mobilità sociale si intende il passaggio di un individuo o di un gruppo da uno status sociale ad un altro, e il livello di flessibilità nella stratificazione di una società, il grado di difficoltà (o di facilità) con cui è possibile passare da uno strato ad un altro all'interno della stratificazione sociale ossia la pluralità dei gruppi sociali presenti all'interno della società con ruoli diversi e diverso accesso alle risorse.
[...] È comunque solo con la più recente comparsa della classe media impiegatizia che la mobilità sociale è diventata un fenomeno forte, per cui molti figli di operai e contadini sono entrati a far parte della classe media, anche se le classi superiori, come l'alta borghesia, sono rimaste per lo più composte da figli di borghesi. La mobilità sociale, quindi, tende a presentarsi tra le classi basse e medio-alte, e ad essere molto limitata per quello che riguarda le classi più elevate.

Esistono vari idealtipi utili a classificare la mobilità:

- Intergenerazionale (misurata confrontando lo status sociale dell'individuo con quello dei suoi genitori) / intragenerazionale (distanza coperta da un individuo nella propria vita).

- Assoluta (grado di mobilità sociale in una società stratificata nel suo complesso) / relativa (grado di mobilità sociale nelle diverse classi di una società stratificata).

- Occupazionale (riferita solamente al lavoro) / sociale (riferita sia al lavoro che ad altre componenti).

- Individuale / di classe.

Le società a mobilità sociale più elevata (sia intra che inter generazionale) sono per lo più quelle industrializzate, grazie alla presenza della classe lavorativa medio-alta, all'importanza dell'istruzione come strumento di elevazione sociale del soggetto, alla maggior specializzazione che nel lavoro è richiesta e che proprio con l'istruzione può essere raggiunta, e alla diffusione delle idee e dei valori di uguaglianza e pari opportunità. Le società a mobilità sociale più bassa sono nella maggior parte dei casi quelle a economia agricola, dove non è necessaria una specializzazione e quindi l'istruzione non ha un ruolo fondamentale, e non è presente la classe media. In queste società è più forte il ruolo attribuito dalla nascita e lo status "ereditato" dalla famiglia d'origine.

Il concetto di mobilità in 3 sociologi classici 
Secondo Karl Marx l’unica mobilità possibile è quella consistente nel passaggio da un modo di produzione al successivo: un enorme cambiamento macrosociale (es: il passaggio dal sistema feudale al sistema industriale); è questa una lettura legata alla dicotomia struttura/sovrastruttura.
Secondo Max Weber la mobilità è l’interagire di classi, ceti e partiti, in un ambito multidimensionale.
Secondo Vilfredo Pareto la mobilità consiste nell’avvicendamento delle elite dirigenti (politiche e non politiche) perché la società necessita di una elite adatta a governare bene; ne deriva il problema dell’adeguatezza della elite.

Classificazione delle società 
È possibile classificare le società in base al grado di mobilità che esse permettono. Troviamo in questa classificazione alcuni "tipi puri estremi" intesi come estremi di un continuum; se da un lato troviamo la società USA (che ha fatto della mobilità sociale un imperativo sociale), all'altro capo troviamo la società indiana (che vive nella divisione in caste un'artificiosa immobilità dovuta alla chiusura sociale). [...] Da notare che si tratta di una categorizzazione puramente convenzionale: sia la società USA che la società indiana presentano rispettivamente vincoli alla mobilità e canali di mobilità.
Nelle società totalmente immobili troviamo degli individui "infiltrati" sugli scalini alti della gerarchia e questo è dovuto principalmente ad eventi eccezionali (es: in Iraq la Seconda Guerra del Golfo ha deposto il regime preesistente e ne ha instaurato un altro prima escluso dal potere). Altro motivo di mobilità sono generalmente grandi doti individuali (es: invenzione geniale sfruttata a fini di arricchimento) oppure unioni matrimoniali particolarmente convenienti.
Alla stessa maniera, società totalmente mobili presentano un minimo di cristallizzazione o chiusura sociale, che consiste in confini che impediscono ad alcuni di accedere ad alcune posizioni.

Canali di mobilità sociale 
Esistono vari modi di salire o scendere nella gerarchia. I canali di mobilità variano da società a società e da epoca a epoca.
Alcuni esempi: nelle società militari e nei regimi dittatoriali abbiamo l’esercito (es: fondamentale canale di mobilità nell'URSS). Nelle società industriali i canali possono essere l'inserimento nel sistema produttivo, il titolo di studio, l'appartenenza a determinate istituzioni (es: Ministero dell'Interno), il possesso di organizzazioni economiche (es: Bill Gates) e/o legami con istituzioni religiose."

Filippo Matteucci

Due possibili letture sull'argomento:
Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe
http://www.filosofiapolitica.net/showArticle.asp?ID=03-02-09-Hoppe&IDArea=2&dateReview=03-02-2009&typeMenu=0&showMenu=true
e
Principi di economia privatista
http://www.finanzaediritto.it/articoli/principi-di-economia-privatista-4096.html




11 gennaio 2008

Dieci buone ragioni per non tassare le “rendite”

 

Dieci buone ragioni per non tassare le “rendite”

di Benedetto Della Vedova (con Piercamillo Falasca e Mario Seminerio) - Articolo apparso, in versione ridotta, su Il Giornale 

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (articolo 47 della tanto lodata Costituzione italiana);

“Il risparmio non è un flusso finanziario che va al consumo, anzi è la rinuncia ad un consumo presente per ottenerne uno futuro. Il profitto sul risparmio (gli interessi) è il prezzo di questa rinuncia. Tassare gli interessi vorrebbe dire creare una discriminazione tra consumi presenti e futuri, vorrebbe dire bloccare il movimento fisiologico dell’attività economica, produttiva e di investimento.” (Luigi Einaudi)

Ecco dieci buone ragioni per opporsi alla minacciata “armonizzazione delle rendite finanziarie” che, per come si presenta, risponde al furore ideologico più che alla razionalità economica.

1. Altro che “rendite” finanziarie: si tratta del risparmio delle famiglie. Secondo la più recente indagine campionaria di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (dati 2004, la prossima pubblicazione – con dati 2006 – sarà disponibile tra qualche settimana), considerando le attività finanziarie detenute dalle famiglie, il 25,1% dei titoli di stato e il 23,6% di azioni, fondi comuni e altri titoli è nelle mani di famiglie con a capo un impiegato o un operaio; il 43,9% dei titoli di stato e il 36,9% di azioni, fondi comuni e altri titoli è appannaggio delle famiglie dei pensionati. Nel nostro paese, in assenza di un robusto “secondo pilastro” di previdenza integrativa, è cresciuto un “terzo pilastro”, quello degli investimenti con funzione previdenziale.

2. Se si dovesse applicare la nuova aliquota su tutti i titoli in circolazione e stante l’attuale stock di attività finanziarie, dal comparto famiglie l’erario ricaverebbe maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro annui (la riduzione dell’aliquota sui depositi in conto corrente dal 27 al 20% comporterebbe un risparmio di appena 800 milioni di euro). Dei 5 miliardi di euro, circa 2 deriverebbero dai nuclei con un capofamiglia pensionati; poco meno di 1 miliardo dalle famiglie degli impiegati; circa 250 milioni di euro dagli operai. Se la nuova aliquota fosse applicata solo sulle nuove emissioni, l’extra-gettito dalle famiglie per il 2008 ammonterebbe a poche centinaia di milioni, per poi crescere negli anni successivi.

3. Una misura che produce maggior gettito per le casse dello Stato è una forma di “inasprimento” fiscale, non di “armonizzazione”. Per avere un allineamento tra conti correnti e altre attività finanziarie a parità di gettito, si dovrebbe fissare la nuova aliquota ad un valore prossimo al 14%.

4. Sembra che il governo voglio usare il gettito di questa misura come copertura per una riforma dell’Irpef sui lavoratori dipendenti. Sarebbe una scelta avventata: il gettito derivante da inasprimento della tassazione delle attività finanziarie è aleatorio e non predeterminabile. In presenza di un’inversione di tendenza dei mercati finanziari, si rischia un effetto boomerang.

5. L’ipotesi di un’applicazione “mirata” della nuova tassazione, applicando l’aliquota del 20% solo alle nuove emissioni, esentando i titoli di stato o prevedendo meccanismi di esclusione dei pensionati e dei piccoli risparmiatori, creerebbe una segmentazione pericolosa dei mercati finanziari, dando luogo a distorsioni sui prezzi dei titoli e complicando la gestione del debito pubblico (forse ci si dimentica quanto avvenne nel 1987 e 1988 quando, per i titoli pubblici, si passò dalla esenzione alla tassazione del 6.25% e poi al 12,5%).

6. L’introduzione di meccanismi di esenzione di particolari categorie di percettori di reddito da capitale, ipotizzata dal sottosegretario Grandi, sarebbe possibile solo attraverso l’inserimento dei redditi da capitale nelle dichiarazioni dei redditi, ossia facendo cadere il vantaggio della tassazione separata e aprendo la strada all’assoggettamento dei redditi da capitale alla tassazione ad aliquota marginale. A nostro giudizio, una prospettiva nefasta.

7. Come mostra un recente studio della Banca d’Italia, un inasprimento della tassazione sul risparmio può forse permettere un aumento di breve periodo dei consumi (si risparmia meno, si consuma di più), ma inibisce l’aumento dello stock di risparmio utile per finanziare gli investimenti e la crescita economica di lungo periodo. In più, una maggiore tassazione dei redditi da interesse deprime l’offerta di lavoro (a che serve lavorare di più se il risparmio, frutto del mio lavoro, verrà pesantemente tassato?).

8. Il governo farebbe bene a valutare i dati forniti da Assogestioni, dove si evidenzia la vera e propria fuga dai fondi di investimento italiani: meno 21 miliardi nei soli mesi da settembre a novembre 2007. Sicuramente hanno influito la scarsa fiducia verso i mercati finanziari ed una minore disponibilità economica delle famiglie, ma due anni di annunci e smentite sull’aumento della tassazione hanno certamente contribuito ad alimentare il clima di incertezza. A capo di Assogestioni c’è oggi Marcello Messori, uomo di fiducia di Vincenzo Visco: c’è chi vi vede una pericolosa liason ideologica tra chi dovrebbe rappresentare i risparmiatori e chi li tassa.

9. Si assiste nel mondo ad un trend di crescita dei profitti non accompagnato da un eguale andamento dei salari (la quota di incremento della produttività catturata dal lavoro diminuisce a favore di quella acquisita dal capitale). Invece che chiedere ideologici interventi redistributivi sulle rendite, una politica responsabile dovrebbe porsi il problema di come sostenere la trasformazione del reddito dei lavoratori da “puro” salario a ricchezza più variegata, che includa i redditi da capitale. In una prospettiva di lungo periodo, va promossa – e non disincentiva con la tassazione - una maggiore propensione verso gli investimenti finanziari diversi dalla “casa”. Una fetta troppo elevata del surplus familiare italiano, infatti, va nella casa, creando il paradosso di famiglie forti nel patrimonio e debolissime nel reddito.

10. Una delle motivazioni ricorrenti per giustificare la riforma è quella secondo cui un’aliquota al 20% permetterebbe un allineamento della tassazione ai regimi vigenti negli altri paesi europei. Se è vero che in Europa la tendenza è avere aliquote sul risparmio superiori a quelle italiane, è altrettanto vero che – da tempo – in tutto il continente si assiste ad una graduale ma costante riduzione della tassazione sul reddito. In più, a rendere poco efficace il confronto tra paesi vi è poi la considerazione del ruolo previdenziale e non speculativo che le attività finanziarie svolgono in Italia.



Il presente validissimo articolo è tratto da: http://epistemes.org/2008/01/10/dieci-buone-ragioni-per-non-tassare-le-rendite/ 


Capezzone: dissennata e pericolosa l'idea di inasprimenti fiscali sul risparmio

giovedì 10 gennaio 2008

Romano Prodi ha di nuovo esplicitamente evocato la possibilità concreta di colpire i risparmi e le rendite finanziarie.

Sarebbe un atto due volte dissennato: in primo luogo, perché darebbe un altro colpo alla già bassissima capacità dell'Italia di attrarre capitali, risorse e investimenti; in secondo luogo perché, anche in termini di effetto sui consumi, finirebbe per annullare i riflessi positivi determinati da un intervento a favore dei salari. Insomma, tutto finirebbe con un gioco a somma zero.

La mia impressione è che ancora una volta Prodi sia animato da intenti punitivi nei confronti del ceto medio, e che non si faccia scrupolo di perseguire operazioni volte a impoverirlo e spaventarlo.

Le tasse vanno ridotte a tutti, tagliando la spesa pubblica, e non solo a qualcuno (che magari si ritiene più vicino alla propria base elettorale).

Resta da capire dove siano e cosa facciano i riformisti del centrosinistra: subiranno ancora una volta queste scelte sbagliate e pericolose per il Paese?

(tratto da http://www.decidere.net/index.php?option=com_content&task=view&id=667&Itemid=84)


Un grazie, da parte mia e da parte di tutti i risparmiatori, a Benedetto Della Vedova, Daniele Capezzone, Piercamillo Falasca e Mario Seminerio, e a Il Giornale, per queste prese di posizione.
Avv. Filippo Matteucci



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