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11 gennaio 2008

Tassare la rendita: un assurdo dalle conseguenze negative disastrose

 

Tassare la rendita: un assurdo dalle conseguenze negative disastrose

[Voglio postare questo premonitore articolo di qualche anno fa dell’ottimo Luciano Priori Friggi. L’articolo è ormai presente solo sul forum
http://www.tradersxsempre.com/public/forum/index.php?showtopic=1253&pid=135606&mode=threaded&start=
e non voglio che vada perduto. Sono particolarmente legato a questo scritto perché la sua lettura mi indusse a rimettermi a pubblicare articoli e saggi di politica economica e fiscale, dopo anni in cui, sommerso dalle contingenze quotidiane, non avevo pubblicato più nulla.
Avv. Filippo Matteucci]

In pochi probabilmente ricorderanno il polverone sollevato negli anni Settanta dal tema "alleanza dei produttori" contro la rendita parassitaria (locuzione dall'infinito fascino per chiunque si avventuri a parlare di "giustizia sociale"). Se ne discusse a lungo, ovviamente senza costrutto e, a prima vista, senza alcun risultato concreto. Visto che le borse in quegli anni andavano malissimo -nel '78 si tocco' il punto piu' basso di un lungo canale discendente che era partito all'inizio degli Sessanta, con l'avvio dell'esperimento del centrosinistra- la questione era oltretutto anche ridicola, dato che dall'investimento in azioni di guadagni se ne vedevano pochi. Ma l'obiettivo era un altro, erano i titoli di stato, gli unici che un quel momento sembrava guadagnassero.

La situazione economica allora era questa: grande recessione dovuta all'esplosione dei prezzi dell'energia (in seguito al conflitto arabo-israeliano) e grande inflazione. Per tappe successive si arrivo' ai primi anni ottanta ad un livello di incremento dei prezzi annuo del 25% circa. I titoli a breve arrivarono al massimo a rendere il 20-21%. La rendita da combattere in pratica era dunque una perdita secca in conto capitale pari al 4% annuo. Di fronte a debiti pubblici rilevanti una delle tecniche usate dai governi e' l'uso della moneta per decrementare con l'inflazione il valore del debito. E' cio' che si fece allora in Italia ed e' cio' che si e' fatto a lungo negli anni novanta in Argentina. A rimetterci i risparmiatori, soprattutto i piccoli, come sempre. Anche se -data l'ignoranza in fatti economici- ancora c'e' qualcunio che rimpiange quei rendimenti nominali che in realta' non riuscivano neppure a mantenere intatto il capitale.

Se non si puo' stampare moneta a piacimento (o dichiararsi insolventi, Argentina ancora docet) per tosare il risparmio (il discorso in questa sede si limita a considerare i soggetti deboli, cioe' la massa dei piccoli risparmiatori) si deve ricorrere alla tassazione. Negli anni Novanta in Italia e' stata introdotta la tassazione del Capital Gain. E' una tassa ingiusta. Intanto perche' per investire in qualche strumento finanziario bisogna prima aver generato un risparmio e quindi aver gia' subito una tassazione come reddito e poi perche' ad un guadagno corrisponde sempre una perdita (questo e' vero al 100% con i derivati): quindi il saldo complessivo e' tendenzialmente nullo o in in ogni caso anti-economico rilevarlo e gestirlo con la tassazione.

Come si fa a trasformare un introito quasi nullo in una tosatura del risparmio? Prendiamo il caso probabilmente piu' diffuso, quello del calcolo del capital gain in "regime amministrato": in questo caso è la Banca o Sim che preleva l'imposta dalle plusvalenze derivate dalle vendite di titoli per poi versarle con cadenza mensile allo Stato. Supponiamo di aver investito in titoli azionari e guadagnato 1000 euro in un mese, magari impegnandosi in prima persona con il trading on-line e quindi lavorando senza orari e senza, ovviamente, remunerazioine alcuna da parte di chicchessia. Se le posizioni sono state chiuse entro la fine del mese il guadagno e' effettivo e quindi avviene il prelievo da parte dell'intermediario del 12.5% sull'importo, pari a 125 euro. Tale cifra viene immediatamente versato nelle casse dello Stato.

Il mese successivo l'operativita' pero' va male e per il nostro la perdita ammonta a 1000 euro. Non ci sono ovviamente in questo caso prelievi di Capital gain o restituzioni ma solo solo una minusvalenza che puo' essere utilizzata in futuro per compensare eventuali guadagni, purche' questi si verifichino nell'arco dei quattro anni successivi. Supponiamo che ora il nostro povero piccolo investitore, scottato dalla perdita, se ne stia buono per quattro anni e poi ritenti la fortuna, magari perche' i mercati finanziari sembrano essere diventati molto promettenti. Si butta e riesce a guadagnare di nuovo 1000 euro. Zac! Immediatamente vengono prelevati dall'intermediario 125 euro e consegnati allo Stato. In teoria il nostro investitore dovrebbe aver finalmente guadagnato i suoi mille euro, invece la storia e' sempre quella: li riperde, come in predenza. Lo sventurato alla fine non solo non ha guadagnato nulla in linea capitale ma si ritrova ad aver versato allo Stato (oltre alle commissioni agli intemediari) ben 250 euro totali che non rivedra' mai piu'.

La situazione in realta' e' piu' drammatica. L'indice Mib30 della borsa italiana nel 2000 quotava 51272, ora si trova a 31000 circa (ma il ribasso e' arrivato a toccare quasi 20000). Cio' vuol dire che le perdite medie subite in conto capitale (il piccolo risparmiatore oltretutto tende a comprare sui massimi e vendere sui minimi) sono state, per un investimento effettuato cinque anni fa, ad oggi di oltre il 50%.

Poiche' il ciclo e' lungo (e in genere dura di piu' di quattro anni) se i risparmiatori riusciranno a riprendersi un po' del capitale perduto dovranno pagarci su il capital gain del 12.5% perche' non riusciranno a compensarlo con le perdite subite a causa del limite dei quattro anni.

La questione politica del giorno e' la tassazione della rendita e al solito a sostenerla con maggiore convinzione sono i campioni del "sociale", con l'aggiunta -chi l'avrebbe detto- della Lega. Il problema sarebbe diventato centrale a causa dell'Irap, tassa regionale ritenuta illegale dall'Europa e quindi da eliminare. Senonche' tale tassa finanzia ben oltre il 50% della sanita'. Ora la questione pone un problema preliminare: cosa c'entra la soluzione del problema dell'Irap con l'aumento della tassazione delle rendite finanziarie? Ovviamente nulla. Infatti alcuni (a cominciare da Prodi) hanno affermato che in realta' il problema e' di armonizzazione della tassazione con il resto dell'Europa. Insomma il problema e' "prendere", basta non essere troppo grossolani. Ci permettiamo di rilevare che la tassazione delle rendite (come dei profitti d'impresa) nei 25 paesi e' diversissima e non ha senso quindi parlare di armonizzazione, dato che in questo querelle i sostenitori della tassazione si riferiscono ovviamente alle situazioni piu' penalizzanti per il risparmiatore.

Gianni Alemanno sul Corriere della Sera afferma perentorio che -ad esclusione dei titoli di Stato- la tassazione della rendita finanziaria e' l'unico metodo per tagliare l'Irap. "In Italia", ha affermato, "non possiamo avere un'aliquota pari al 12,5%, inferiore alla media europea e nel contempo avere il mostro dell'Irap …[bisogna pertanto] spostare risorse dalle rendite finanziarie per alleggerire il peso sulle imprese e sul costo del lavoro, è il segnale più potente che si possa dare". Ovviamente niente a che vedere con il leader di Rifondazione comunista che "fa generici e minacciosi discorsi sulla patrimoniale, mentre io mi limito a ripetere quello che scrive Eugenio Scalfari su Repubblica". Chi l'avrebbe mai detto che sarebbero tornate le convergenze parallele della Prima Repubblica?

Dunque, la conclusione e' questa, la tassazione dei guadagni sui mercati finanziari va portata al 19%. Lasciamo perdere per un momento la faccia del nostro piccolo risparmiatore che oltre ai campioni del sociale incomincera' ad odiare anche l'Europa (vedrete, vedrete cosa succedera' in Francia e in Olanda). A tali campioni facciamo una sola domanda "e se per una anno la borsa non guadagna nulla il medico e l'ospedale degli italiani chi lo paga"? A titolo puramente informativo dico che il dibattito tra gli specialisti in previsioni di borsa e' piuttosto variegato: alcuni sostengono che ci sono spazi ancora di recupero, altri paventano addirittura un crack dei mercati finanziari.

Ma noi, in Italia di che ci preoccupiamo? Abbiamo un piccolo esercito di beneficiati dal "sociale" fatto di pensionato baby, di sprechi incredibili, ovviamente tutti intoccabili. Abbiamo regioni dove ad ogni albero probabilmente corrisponde un forestale, e ci fermiamo qui. Abbiamo poi la Confindustra montezemoliana che sponsorizza la svolta "produttivistica", tanto che lo stesso Bertinotti ci tiene a sottolineare come la nuova leadership degli industriali sia finalmente presentabile e ben diversa dalla precedente. Quindi ,visto lo schieramento che va dai "guru" di sinistra del giornalismo romano fino ad Alemanno, passando per gli industriali, dev'essere giusto fare le cose che si dice si vogliano fare.

Noi ci permettiamo non solo di dissentire da quanto si sta decidendo ma vogliamo fare di piu' e in positivo: proponiamo pertanto l'abolizione in toto del capital gain per far tornare l'investimento in borsa e ridare fluidita' a quel meccanismo economico di circolarita' che da Quesnau in poi (compreso Keynes) dovrebbe essere ben conosciuto da chiunque abbia fatto un minimo di studi economici. Tale meccanismo dovrebbe costituire il riferimento obbligato per chiunque voglia pronunciare la parola "sviluppo". E crediamo anche che sia giusto (per evitare disastri futuri dalle conseguenze incalcolabili) impedire per legge che le banche partecipino al capitale di rischio delle aziende.

Questo e' cio' che serve -limitatamente alle questioni trattate- per ridare fiducia alle imprese e ai mercati finanziari. Nient'altro.

(l'articolo ha avuto delle piccole modifiche rispetto all'originale uscito su lobbyliberal)

18/05/05

Luciano Priori Friggi




8 gennaio 2008

IDEOLOGIE E RENDITE

Ideologie e rendite

Penso che tutta la storia e la mappatura filosofica delle ideologie siano da riscrivere, per lo meno a partire dall'Illuminismo. Ai soggetti provenienti da famiglie prive di identità che ci vengono a dire come deve andare il mondo, quando essi stessi non sanno né chi sono né perché esistono, non possiamo che opporre lo ius naturalis e i suoi capisaldi: la proprietà privata e il libero mercato. Proprietà privata e libero mercato impongono di buttare le ideologie nel pattume, una volta per tutte: gli errori mentali e il regresso di civiltà dei nostri nonni del Novecento, un secolo di istupidimento di massa e di follia collettiva, non dobbiamo pagarli noi.

Occorre piuttosto imparare a riconoscere quando democrazie formali delegate nascondono tirannie oligarchiche e stataliste: le famiglie dei tiranni e i loro clientes, in questo caso, vogliono controllare e ingessare il mercato, e pretendono di vivere sulle spalle dei cittadini contribuenti, dei ceti produttivi.

Per impossessarsi della ricchezza creata e guadagnata dai ceti produttivi, tassano gradualmente ogni azione che il lavoratore compie nella sua vita, ogni ambito della sua esistenza. Salari e stipendi, consumi, atti amministrativi, risparmi, case, trasferimenti di proprietà, il pieno di benzina o di carburante per il riscaldamento, tutto diventa occasione per imporre balzelli ed estorcere così denaro a chi se lo è sudato.

Oggi vengono a raccontarci che vogliono diminuire le tasse sul reddito da lavoro dipendente; i soldi per far ciò però li trovano raddoppiando le tasse sui risparmi dei lavoratori dipendenti, dei poveri Cristi, di coloro che non possono emigrare o almeno portare i loro risparmi all'estero. In questo consiste la famigerata armonizzazione (o riordino), cioè l'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie.

Le quali ovviamente non sono rendite, ma sono i sudati, tartassati, inflazionatissimi risparmi di lavoratori e pensionati, che già non rendono nulla, visto che a causa dell'inflazione i rendimenti reali sono oggi negativi. Chi vive di rendita sono caso mai i membri del politburò, i maggiordomi dei padroni, coloro che hanno venduto il loro consenso in cambio di uno di quei posti pubblici d'oro o di comode poltrone politiche, con scarso engagement e lauti stipendi: rendite, appunto.

I dominanti di oggi possono essere raffigurati da una piramide: al vertice abbiamo le odierne famiglie reali, le famiglie della grande impresa assistita, sovvenzionata, sussidiata, i padroni assoluti dello stato, e le famiglie dei boss delle cosche. Nel mezzo troviamo i maggiordomi privilegiati, coloro che occupano le poltrone ben retribuite delle cariche politiche, amministrative e burocratiche, il politburò. Alla base abbiamo quella parte di dipendenti pubblici assolutamente inutile, coloro che, per timore di dover combattere sul libero mercato, hanno venduto il loro consenso in cambio di un "posto" pubblico, per un misero stipendio, disprezzati dai loro stessi protettori. Tutti gli appartenenti a questa piramide producono poco e male: il sistema si regge e va avanti utilizzando la ricchezza creata da altri, dai ceti produttivi: piccole e medie imprese, dipendenti del settore privato, lavoratori autonomi, e quella parte del pubblico impiego realmente necessaria al paese. La tirannia e l'oppressione consistono nel costringere questi ceti produttivi a mantenere, per forza, gli altri ceti parassitari. Il fisco serve prevalentemente a questo. Oggi la lotta di classe non è più tra proletari contro borghesi, ma tra lavoratori contro parassiti, tra ceti produttivi contro il politburò.

Il fine degli attuali dominanti è lo sterminio dei ceti medio-bassi, ai quali deve essere tolta ogni velleità di formarsi un piccolo patrimonio familiare. La logica redistributiva toglie ai medio-piccoli per dare ai grandi e grandissimi, con una evidente finalità di proletarizzazione (leggi: schiavizzazione) di chiunque non appartenga alle famiglie e alle cosche al potere. Questo processo di proletarizzazione è stato studiato e progettato fin nei minimi dettagli, ed è uno strumento di mantenimento del potere. Ovviamente viene travestito da “redistribuzione a favore delle famiglie, dei lavoratori dipendenti, dei proletari” proprio nel momento in cui sono le famiglie e i lavoratori a essere colpiti, penalizzati, impoveriti dal continuo aumento della pressione fiscale. Tassare salari e stipendi, tassare consumi, tassare risparmi, tassare case, tassare i carburanti o quant’altro è sempre la stessa cosa: sono tutti aumenti della pressione fiscale contro il popolo e a favore dei dominanti e dei loro servi. Socializzazione dei costi del consenso vuol dire semplicemente che i dominanti si pagano servi e consenso coi soldi pubblici, coi soldi nostri, quelli che ci tolgono con le tasse.

Oggi, il massimo a cui un cittadino qualunque può aspirare, è che gli venga graziosamente concesso un posto pubblico, un boccone di pane, e, per i più ligi al regime, per quelli che portano più consenso, qualche poltrona d’oro. Non si azzardi il cittadino qualunque a mettersi in proprio, a iniziare un lavoro autonomo o imprenditoriale, un’attività produttiva: verrà immediatamente strozzato dalla burocrazia e dal fisco, e lavorerà per altri, per i poteri forti e per il loro stuolo di lacchè politici e burocrati. Manterrà col suo lavoro e con le sue tribolazioni i ceti parassitari.

Per questo l’evitare l’ulteriore appesantimento della tassazione sui risparmi degli Italiani rappresenta una sorta di “linea del Piave”, sulla quale dovrebbero attestarsi tutte quelle forze politiche, quei tributaristi e quegli economisti ancora dotati di un minimo di ragionevolezza, equità e dignità.

I risparmi sono già tartassati dall’inflazione e dall’imposta sostitutiva: ancora non basta? Tutte le famiglie si sono accorte che il potere d’acquisto dei loro poveri risparmi è stato decimato dall’inflazione. E l'inflazione è una tassa, anzi, è il più pesante e subdolo tributo di cui già si avvantaggia lo stato. Tutti sperimentiamo quotidianamente che in Italia c'è un'inflazione ben superiore a quella ufficialmente dichiarata dall'ISTAT: questa inflazione reale è il tributo che i risparmiatori già pagano al fisco, cui si aggiunge l'attuale imposta sostitutiva del 12,5% che ora si vorrebbe iniquamente aumentare, con un intento demagogicamente e ideologicamente espropriativo.

E, sottolineo, è assolutamente falsa, falsissima, l’affermazione ricorrente che il rendimento del risparmio è tassato meno dei redditi da lavoro o d’impresa. Il carico fiscale che le imprese subiscono, è di fatto contenuto: l'aliquota sul reddito d'impresa è fittizia, visto che si applica non su tutto il reddito, ma solo sul reddito imponibile, e qualsiasi commercialista è in grado di decimare l'imponibile del reddito d'impresa. Tutta una serie di fasce esenti, deduzioni e detrazioni sono poi previste per tutti gli altri tipi di reddito, a cominciare dal reddito da lavoro dipendente. Ciò non accade invece per l’imposta sostitutiva, che è un tributo ben diverso dall’imposta sul reddito. Ed è proprio l’imposta sostitutiva che già oggi colpisce i rendimenti dei risparmi: le sue aliquote si applicano quindi senza sconti su tutto il reddito nominale (ben maggiore di quello reale!) dei risparmi, fino all'ultimo centesimo, non essendovi alcuna possibilità di dedurre costi e spese dall'imponibile, né fasce esenti. Si applicano anche sulle perdite da inflazione! Quindi il paragonare l'aliquota solo nominalmente più alta del reddito d'impresa o di lavoro a quella del 12,5% sui redditi finanziari nominali non ha senso, e chi, in possesso delle dovute conoscenze giuridico-tributarie, fa tale paragone fra aliquote di imposte strutturalmente diversissime, lo fa in malafede, per infinocchiare chi di tributi non se ne intende.

E quel neokeynesianesimo imperante, quel tassa e spendi, che tanto fa comodo ai ceti parassitari, è talmente insensato da illudersi che tassando i risparmi fino a ucciderli si spinge la gente a consumare di più, stimolando l’economia. No, non è così. L’effetto di una maggiore tassazione è esattamente il contrario: le possibilità economiche delle famiglie sono decimate dal calo dei rendimenti dei loro risparmi e dall’aumento dei costi per le abitazioni. Le famiglie si tengono ancora più stretti i loro risparmi, non consumano, non domandano i prodotti che le imprese offrono. Gli imprenditori di conseguenza non investono, e l’economia regredisce.

Capiamoci, con l'assalto dei ceti parassitari ai risparmi dei lavoratori (le rendite finanziarie) il passaggio è epocale: nessun governo, anche ferocemente statalista, in passato era mai arrivato a tanta iniquità. Per impadronirsi dei nostri risparmi non si accontentano più dell'inflazione, oggi l'attacco espropriativo contro i risparmi degli Italiani è diretto, frontale e pesantissimo: aumento, quasi raddoppio dell' imposta sostitutiva, che, si badi bene, e lo ripeto, è per sua struttura e per base imponibile molto più pesante e vessatoria, a parità di aliquota percentuale, della normale imposta sul reddito, con la quale in troppi, per ignoranza o malafede, la confondono. All’esproprio dei risparmi seguirà, già annunciato, l’attacco fiscale agli immobili, facilmente attuabile attraverso una revisione al rialzo delle rendite catastali. E, una volta tartassati risparmi e case, troveranno qualcos’altro da tassare, che so, i balconi (già ci hanno provato!), o i cessi dei laboratori degli artigiani, o le bottiglie di acqua minerale, o i cani e i gatti che ci teniamo in casa, in un’infinita pauperizzazione, un infinito asservimento di chi lavora e produce, di chi non è dei loro. Se non li fermiamo ora non li fermeremo più. Per questo la battaglia in difesa dei nostri risparmi va combattuta fino in fondo, questa "linea del Piave" non deve essere sfondata.

Come sono bravi, coloro che vivono sulle nostre spalle, nel falsare il significato del linguaggio, nel camuffare con l’ideologia gli espropri che perpetrano a loro esclusivo vantaggio.

Che fantasia affermare: "Vogliamo abbassare le tasse sui salari dei lavoratori, quindi raddoppiamo le tasse sui loro risparmi...".

Quanta gente sprovveduta e in buona fede si lascerà ancora prendere per i fondelli? Quanti poveri Cristi non capiranno che i tartassati sono sempre loro, che lavorano per far fare la bella vita a qualcun altro?

E ripeto il mio vecchio suggerimento: chiediti sempre nelle tasche di quali famiglie vanno i soldi che lo stato ti toglie.

Avv. Filippo Matteucci



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