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  Cromwell [ Avv. Filippo Matteucci ' s Blog. Austrian Privatist Economist and Anarcho-Capitalist Libertarian Theorist ]
         

Battle of Marston Moor by http://www.slowleadership.org/blog/index.php?s=cavaliers


17 settembre 2011

TASSE SUL RISPARMIO E LIBERISMO

 



TASSE SUL RISPARMIO E LIBERISMO


LO STATO NEMICO DEI CETI PRODUTTIVI

Lo stato non è un soggetto ma uno strumento nelle mani delle famiglie padrone contro il popolo: LO STATO NON DEVE FARE... meno lo stato fa meglio sta il popolo; lo stato non risolve i problemi del popolo, glieli crea...

Non capisco la follia di coloro (vedi quelli di sinistra) che pur riconoscendo che lo stato è uno strumento delle famiglie padrone CONTRO IL POPOLO, a tale strumento vogliono dare più poteri e più tasse.

Non c'è alcuna differenza tra una destra statalista e una sinistra socialcomunista statalista: sono entrambe CONTRO IL POPOLO e serve dei dominanti del momento. Chi è IL POPOLO? Tutti coloro che, indipendentemente dal loro livello di ricchezza, NON HANNO POTERE, non possono cioè usare lo stato, il fisco, l'emissione di moneta per imporre agli altri prestazioni patrimoniali o fisiche. Tasse, contributi previdenziali obbligatori, inflazione, debito pubblico, spesa pubblica, vessazioni burocratiche e normative sono tutti STRUMENTI DELLA NUOVA SCHIAVITU'.


TRADIMENTO DEL MANDATO ELETTORALE

Questa maggioranza era stata votata e deputata a governare dai cittadini per ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica. Ora sta alzando tasse e spesa pubblica, in particolare accanendosi sui risparmiatori (già tartassati dall’inflazione), tradendo il mandato, e deve essere mandata a casa. Questo governo non si limita a enunciazioni e propositi, questo governo le riforme contro il popolo le fa davvero. Pensate alla epocale mazzata fiscale sul risparmio, finalizzata al blocco della mobilità sociale: prevista trent’anni fa nel programma “Rinascita democratica” della P2, negli ultimi sei anni pervicacemente richiesta dagli stessi poteri forti contro i loro competitors immobiliaristi e speculatori finanziari, realmente attuata solo da questo governo quest’anno quale obbediente resa ai poteri forti medesimi.

Quali rimedi anticrisi questo governo escogita, magari in combutta con le parti "sociali"? Ma cosa hanno di "sociale" costoro? Rappresentano il popolo o se stessi? Rubare soldi alle famiglie tartassando i risparmi per finanziare infrastrutture (autostrade e tav) che rovinano la vita e le proprietà di altre famiglie.

Cosa ha di liberista questo governo? Esistono Tea Party italiani che non siano delle buffonate o dei sindacati gialli, raccattavoti per un centrodestra zombie? Negli stati uniti i TEA PARTY hanno condizionato l'accordo repubblicani - democratici sulle misure economiche: ovvero SOLO TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA E NIENTE TASSE.

Da mesi propongo una Federazione Liberista dei Tea Party Italiani, qualcosa di concreto, invece delle solite chiacchiere o di velleitarie utopie: non vi potrebbe essere momento politico migliore.


I RISPARMI VANNO IN FUMO? TARTASSIAMO I RISPARMI!

Le borse mondiali crollano provocando ingenti perdite agli investitori, bruciando i risparmi di famiglie, lavoratori, anziani, l’economia è strangolata da tasse, contributi previdenziali obbligatori, inflazione, vessazioni burocratiche e amministrative e... quali misure vengono prese dai nostri governanti e dai loro padroni?

Il RADDOPPIO DELLA TASSAZIONE SULLE RENDITE FINANZIARIE , ovvero sui risparmi di famiglie, lavoratori e anziani!

All’idiozia (predatoria) non c’è limite!

Ma quando mai un’economia così depredata e tiranneggiata riuscirà a sopravvivere? E nessuno fa nulla...L’attacco fiscale ai risparmi è un’occasione politico – ideologica da non perdere

Il risparmio è lo strumento principale attraverso il quale una famiglia può iniziare a costruirsi un capitale privato.

Uccidere fiscalmente il risparmio per indurre le famiglie a sperperare i loro patrimoni in consumi inutili o dannosi vuol dire uccidere la MOBILITA' SOCIALE.

Bloccare la mobilità sociale vuol dire che le famiglie di ricchi rimarranno ricche e le famiglie dei poveri rimarranno povere.

Ed è proprio questo che vogliono, fin dai tempi della P2: non sotto la costrinzione di crisi contingenti o della "speculazione" mondiale, ma programmato e pervicacemente perseguito da decenni, com'è nel loro stile.

Berlusconi e Tremonti li hanno accontentati, TARTASSANDO I RISPARMI DELLE FAMIGLIE.


ASSENZA DI RAPPRESENTANZA POLITICA DEI LIBERISTI

In giro vi e’ un malessere, un disgusto diffuso, causato dall’inusitato attacco fiscale al risparmio delle famiglie, dei lavoratori, degli anziani. La depredazione fiscale del risparmio segna la morte politica del PdL e di Berlusconi. Il PdL implodera’ alle prossime elezioni frammentandosi e la Lega perdera’ fortemente consensi. Questo suicidio politico costituisce un’occasione d’oro per tutti quei movimenti politico-economici liberisti, liberali, libertarian che condividono la regola meno stato, meno tasse, piu’ mercato, piu’ ricchezza. Occorre verificare se tra i liberisti vi sono soggetti che hanno l’intelligenza, la capacita’ e la tempestivita’ per girare a proprio favore tale diffuso malcontento tra gli elettori.

Dopo che il centrodestra ha tradito liberi professionisti e risparmiatori, chi rappresenta e difende politicamente liberi professionisti e risparmiatori? I governi, i poteri forti, il politburò sembrano tutti invasati da un'ORGIA FISCALE E VESSATORIA senza freno: infatti non trovano nessuna resistenza nella loro predazione fiscale e nell'imposizione di misure vessatorie e illiberali, in particolare contro gli autonomi, contro le partite iva.


ATTACCO AL RISPARMIO POPOLARE

Berlusconi e Tremonti: raddoppio dell’imposta sostitutiva sui rendimenti del risparmio e superbollo sui depositi titoli (una volta il superbollo si metteva sulle auto di lusso o inquinanti, oggi è stato messo sui risparmi delle famiglie...). Merkel e Sarkozy: tassa sulle transazioni finanziarie. Bersani: imposta patrimoniale...

AI POTERI FORTI NON PIACE IL RISPARMIO POPOLARE.

Il risparmio dà chance di mobilità sociale e di ricambio delle elite, e i poteri forti non vogliono essere ricambiati o rottamati. Immobiliaristi e speculatori finanziari possono essere solo loro, non il popolo. Loro possono speculare su azioni e immobili dalle loro società e residenze estere senza pagare una lira di tasse. Il popolo non deve speculare, deve rimanere popolo, incapace e ottuso, al massimo col solo necessario per sopravvivere. Questa è la democrazia e la libera concorrenza che vogliono i poteri forti.

Tutto ciò che è OBBLIGATORIO è contro il popolo (altrimenti non sarebbe obbligatorio): tasse, contributi pseudoprevidenziali, formazione ecc.. QUESTO E' IL NUOVO SCHIAVISMO.

Il vero PROBLEMA è perché il popolo rincoglionito da stadi, movida, discoteche, offerte dei centri commerciali, sesso, musica, notti bianche ecc. NON SI RIBELLA?

Certo è più facile farsi una canna o una dose o la mina del sabato sera che organizzarsi e ribellarsi.

I liberisti (molti e divisi) dovrebbero trovare un'intesa comune su pochi punti programmatici che li uniscano, e smetterla di dividersi e litigare su delle quisquilie.

Ovvio che qualsiasi movimento e federazione liberista dovrebbe essere amministrato secondo i principi della democrazia turnaria, ovvero con rotazione delle cariche rappresentative, altrimenti non sarebbe un'associazione veramente democratica, ma solo l'ennesima replica dei movimenti politici esistenti fregapopolo.

Hanno annientato i piccoli commercianti a favore della grande distribuzione, i piccoli artigiani a favore delle grandi catene di assistenza, i piccoli calzaturieri a favore degli amici dei salotti buoni... ecc.

Nel 2005 iniziò l'annientamento ope judicis et aerarii di immobiliaristi e investitori finanziari, ora tocca agli avvocati: normale no?

Sono progetti di annientamento, proletarizzazione e schiavizzazione portati avanti da decenni: il raddoppio delle tasse sulle rendite finanziarie (= risparmi delle famiglie dei lavoratori) era nel programma di Rinascita Democratica della P2 di 30 anni fa: oggi la manovra Tremonti e conseguente riforma fiscale la sta attuando.


COLPIRE LE FAMIGLIE CHE RISPARMIANO DISTRUGGE L'ECONOMIA

TAX HEAVENS: ce la vedete la famiglia media italiana che si trasferisce a Labuan o alle Barbados? Eleggere chi? Chi rappresenta oggi i liberisti? Berlusconi e Tremonti hanno tradito. E poi le pressioni internazionali hanno dimezzato i paradisi fiscali: quelli ancora esistenti per quanto tempo rimarranno tali? Saranno sempre più ad uso esclusivo delle famiglie padrone degli stati e delle multinazionali. E’ a casa nostra che dobbiamo combattere ideologicamente e politicamente. Altrimenti sono solo chiacchiere

Colpire i possessori di redditi finanziari e da risparmio tramite bassi tassi di interesse, ovvero tassi di interesse reali - al netto d'inflazione - NEGATIVI, o con il raddoppio della tassazione sulle rendite finanziarie, o con i superbolli sui depositi titoli, o con la iettatoria tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, DISTRUGGE L'ECONOMIA, anche se fa comodo ai poteri forti...

Confrontate questi articoli:

http://finance.yahoo.com/news/Low-rates-squeeze-savers-and-apf-3139420642.html?x=0

http://www.societalibera.org/it/documdi/documdi_20050929_matteucci.html

http://cromwell.ilcannocchiale.it/2011/02/27/mario_draghi_e_i_tassi_di_inte.html

http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/forex-26022011/Draghi_260211.pdf http://www.facebook.com/groups?%2F104254476309818%2F#!/groups/104254476309818/


CAPIRE LA MANOVRA FISCALE DI TREMONTI

Io introdurrei nei piani di studio di scuole e università la materia SCIENZA DEL POTERE: cos’è il potere, chi ce l’ha, come lo si consegue, come lo si mantiene, come lo si gestisce, con quali strumenti e procedure... Il punto focale di questa manovra è L'ACCANIMENTO FISCALE SUL RISPARMIO DELLE FAMIGLIE (raddoppio dell'imposta sui rendimenti del risparmio e superbollo sui depositi titoli), evidentemente connesso alla tassazione delle transazioni finanziarie tanto voluta da Merkel e Sarkozy e dai loro burattinai. TUTTI GLI ALTRI PUNTI DELLA MANOVRA SONO, SOTTO IL PROFILO DELLA CONOSCENZA DEL POTERE, SECONDARI. L'attacco fiscale a quel risparmio che è il MOTORE DELLA MOBILITÀ SOCIALE E DEL RICAMBIO DELLE ELITE, è stato programmato (P2) e pervicacemente portato avanti da decenni, per scopi ben precisi di mantenimento del potere, che vanno ben al di là del racimolare 4 centesimi per l'erario. Capire questo evento EPOCALE è fondamentale per capire i rapporti di potere in Italia e in Europa.

Filippo Matteucci
Economista Privatista

 

http://www.facebook.com/groups?%2F104254476309818%2F#!/groups/104254476309818/




26 giugno 2011

PIU' TASSE SUI TUOI RISPARMI? NO, GRAZIE



RISPARMIO E FISCO. EFFETTI DI UN AUMENTO DELLA TASSAZIONE SUI REDDITI FINANZIARI DELLE PERSONE FISICHE.

  

Il termine “rendita” nelle scienze economiche ha tutt’altro significato, definisce il guadagno che deriva dalla proprietà della terra. Oggi tale termine viene usato volutamente in modo errato e ipocrita per suggerire l’idea che i percettori di redditi finanziari, i risparmiatori, siano dei ricchi parassiti immersi nell’ozio, che vivono, appunto, “di rendita”, e non producono nulla. La realtà è ben diversa. Chi oggi non dedica tempo, lavoro, energie e soldi nella personale ricerca del miglior investimento finanziario, e investe a caso, sicuramente non sta guadagnando niente, anzi sta rimettendoci. Chi si affida alla gestione altrui non arricchisce, ma fa arricchire il gestore. Se oggi si vuole tirare fuori dagli investimenti finanziari qualche euro, occorre divenire dei trader, almeno a livello semiprofessionale. Il lavoro di investimento finanziario è un lavoro durissimo, senza orari né ferie, ad altissimo rischio (soprattutto in Italia, dove sono carenti o inesistenti delle reali protezioni per i risparmiatori), lavoro che richiede una preparazione e un impegno enormi, continui, impensabili.

Perché allora si continua ad usare l’errato termine “rendite”, dipingendo i risparmiatori come ricchi oziosi, come parassiti da tartassare? La risposta è molto semplice: tutto il gran parlare che si fa, tutta la manfrina sulle “rendite” finanziarie, è opera di certi industriali i quali mirano a pagare meno tasse e a tassare di più gli altri Italiani.  

Esaminiamo innanzitutto sinteticamente quali sono i redditi da investimento finanziario,

DIVIDENDI: parte degli utili di una società distribuita agli azionisti. Il risparmiatore che investe acquistando azioni di una società diviene comproprietario pro quota di quella società.

PLUSVALENZE o  CAPITAL GAINS: differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita di uno strumento finanziario, azione, obbligazione, future, ecc.. Il risparmiatore, con un difficile lavoro di trading, cerca di guadagnare sulla differenza di prezzo, rischiando però molto seriamente di perdere.

INTERESSI: remunerazione del capitale prestato. Il risparmiatore, investendo in (cioè comprando) obbligazioni (bond) emesse o da stati (BTP, BOT, Bund…) o da società private (corporate), presta loro soldi, rischiando di non riaverli indietro (bond Cirio, bond argentini), e in cambio riceve un interesse. Non rendono più quasi nulla, invece, depositi e conti correnti, anzi questi ultimi spesso generano costi netti per il correntista. 

In tutti e tre i tipi di redditi finanziari ora visti, vi è un guadagno reale solo se a fine anno l’accrescimento monetario dei soldi del risparmiatore è superiore alla perdita di valore, di potere d’acquisto dei soldi stessi, cioè se è superiore all’inflazione effettiva; altrimenti c’è una perdita reale (o rendimento reale negativo). In questi ultimi anni i guadagni monetari sono stati e sono tuttora nettamente inferiori all’inflazione effettiva, quindi i risparmiatori stanno perdendo soldi; questo ha generato la corsa all’acquisto degli immobili, con conseguente bolla speculativa immobiliare. 

L’aumento della tassazione sui risparmi dei cittadini è iniquo, ottuso e controproducente per lo sviluppo del paese perché:

 1. i possessori di grandi patrimoni mobiliari (tra cui molti di quegli industriali che oggi chiedono a gran voce di tartassare i risparmi) non verranno minimamente scalfiti da tale aumento della tassazione sui redditi finanziari, in quanto costoro o hanno già la residenza fiscale all’estero, o hanno messo in atto escamotage di fiscalità internazionale, quali i trust offshore, per cui già oggi non pagano all’Italia un centesimo di tasse su tali grandi capitali mobiliari, né l’Italia può e potrà fare nulla contro di loro; l’aumento della tassazione sui redditi finanziari mira a colpire quindi solo i piccoli e medi risparmiatori e trader; 

2. i risparmiatori sono stati i più svantaggiati nella redistribuzione del reddito degli ultimi anni, tra rendimenti reali negativi, crollo della new economy, crisi dei subprime, crack di società quotate (Parmalat, Cirio, Ferruzzi…), crollo dei titoli bancari e assicurativi; nel contempo i prezzi degli immobili, anche delle più scassate bicocche, sono saliti alle stelle gonfiati dai tassi ai minimi del secolo;

3. il risparmio è denaro, moneta, e come tale è soggetto ad inflazione, cioè a perdita di potere di acquisto, ovvero a perdita di valore. Questa perdita di valore va a favore dello stato, uno stato debitore in quanto è lui che emette tale moneta. Quindi l’inflazione è una tassa, come ben sanno anche i sedicenni che studiano ragioneria. Tutti sperimentiamo quotidianamente che in Italia c'è un'inflazione ben superiore a quella ufficialmente dichiarata dall'ISTAT;

4. decine di migliaia di risparmiatori nei decenni scorsi hanno ripopolato Svizzera, Montecarlo e Austria, fuggendo dall’Italia, portando via i loro sudati soldi anche quando il farlo costituiva reato, pur di difenderli e salvarli; far fuggire anche gli ultimi rimasti sicuramente non aiuta l’Italia a risalire la china dello sviluppo economico. Se verrà elevata l’aliquota sui redditi finanziari l’Italia avrà perso per tali risparmiatori l’ultima attrattiva che le era rimasta. Di paradisi fiscali sparsi per il mondo (o neanche troppo lontani) che li aspettano a braccia aperte, e già pieni di Italiani, ne trovano quanti ne vogliono. E gli anni '60 e '70 hanno ampiamente dimostrato che i capitali in fuga non possono essere fermati;

5. in Italia i redditi da risparmio costituiscono comunque, se non altro a livello psicologico, una parte consistente del potere d’acquisto e di consumo delle famiglie; la diminuzione di tali redditi, annientati dalla tenaglia bassi rendimenti – aumento della loro tassazione, ha devastanti effetti depressivi su economia e consumi, innestando una spirale di stagnazione che può durare decenni, come è successo in Giappone;

6.  la fuga dagli investimenti finanziari spingerebbe la gente ad investire ancora di più in immobili, e quindi causerebbe aumento dei prezzi degli immobili già ora insostenibili;

7.  a livello di Scienza delle finanze, il beneficio per l'erario derivante dall’aumento della tassazione sui redditi finanziari è miserabile, irrisorio, con più svantaggi che vantaggi, mentre ne è ben chiara la creduta valenza politico-demagogica, oltretutto nettamente obsoleta in relazione all'attuale composizione del patrimonio della maggioranza degli Italiani: tutti gli Italiani hanno qualche risparmio; 

8. chi ha risparmi da investire in strumenti finanziari, ha tali risparmi perché ha messo da parte una quota dei suoi redditi: redditi già tassati dall’imposta sul reddito nei periodi fiscali in cui sono stati percepiti; i risparmi sono quindi reddito già tassato; 

9. i dividendi, in quanto utili societari, sono già tassati in capo alla società, la quale li distribuisce al netto dell’imposta societaria ai risparmiatori-azionisti, i quali poi, nuovamente, pagano l’imposta sostitutiva su di essi;  i dividendi sono quindi già doppiamente tassati; 

10. le plusvalenze e gli interessi sono guadagni per chi li percepisce, ma perdite per chi li paga: il saldo finale per l’intera economia è zero, non vi è valore aggiunto assoggettabile equamente a tassazione, né motivi equi per cui il fisco si intrometta tra chi perde e chi guadagna; 

11. se certi industriali italiani (e occidentali in generale) non sono buoni a fare profitti non è per il carico fiscale che subiscono, di fatto bassissimo: l’aliquota del 33% sul reddito d’impresa è fittizia, visto che si applica non su tutto il reddito, ma solo sul reddito imponibile, e qualsiasi commercialista è in grado di decimare l’imponibile del reddito d’impresa. Le aliquote sui redditi finanziari, invece, si applicano su tutto il reddito, fino all’ultimo centesimo, non essendovi alcuna possibilità di dedurre costi e spese dall’imponibile. Quindi il paragonare l’aliquota del 33% del reddito d’impresa a quella del 12,5% sui redditi finanziari o è poco intelligente o è, più plausibilmente, ipocrita e pretestuoso. Il vero problema, insormontabile, è che il costo del lavoro italiano è dieci volte quello cinese o indiano;


12. per i risparmiatori le perdite finanziarie (minusvalenze) sono deducibili dal reddito imponibile solo per quattro anni, quando i cicli economici e di borsa durano ben più di quattro anni. Esemplificando molto, se nell’arco di dieci anni il risparmiatore ha guadagnato 10 e perso 20, con un risultato finale netto negativo (perdita) di –10, ha comunque buone probabilità di pagare tasse come se avesse guadagnato +5 (può sembrare assurdo, ma è così, questa è la legge in vigore);

13. il risparmio è il principale mezzo per la mobilità sociale. Le famiglie meno agiate possono sperare di elevarsi dalla loro posizione sociale semiservile solo mettendo da parte risparmi e costruendosi pian piano un proprio patrimonio familiare. Tassare il risparmio delle famiglie, dei lavoratori, vuol dire condannarli a una semischiavitù permanente.

Ricordo infine che la nostra Costituzione agli articoli 42 e 47 tutela la proprietà privata degli immobili e il risparmio in tutte le sue forme.

Nessuna tassa è a favore del popolo, tutte le tasse sono contro il popolo. La via maestra è ridurre sprechi e spese, meno stato e più mercato, e non più tasse a questo o a quello.

Filippo Matteucci

Economista




27 febbraio 2011

MARIO DRAGHI E I TASSI DI INTERESSE

Il Governatore della Banca d’Italia Draghi ha intelligentemente riconosciuto che i bassissimi tassi di interesse, i più bassi da almeno due secoli, non hanno avuto alcun effetto benefico sull'economia e sulla ripresa.

Cito testualmente dal suo ultimo intervento al 17° Congresso AIAF - ASSIOM FOREX, visibile per intero qui:

http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/forex-26022011/Draghi_260211.pdf  :

 

“D’altronde,  tassi  reali  a  breve  termine  ampiamente  negativi,  come  quelli osservati negli ultimi due anni, non sono stati sufficienti a rialzare le prospettive di crescita delle economie meno dinamiche.”

“Nei primi nove mesi dello scorso anno gli utili dei cinque maggiori gruppi [bancari italiani] si sono ridotti dell’8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009; il rendimento del capitale e delle riserve, espresso su base annua, è sceso sotto il 4 per cento. Il margine d’interesse è sceso in due anni dal 2,0 allo 0,9 per cento del totale dell’attivo, a causa del  rallentamento  dei  volumi  intermediati  e  del  calo  del  mark-down  sui  depositi  a vista  determinato  dal  basso  livello  dei  tassi  d’interesse.”

“A beneficio della crescita di tutta l’economia andrebbe un assetto normativo ispirato, pragmaticamente,  all’efficienza  del  sistema.  Se  la  legislazione  non  è trasparente, di  qualità, stabile, se gli oneri amministrativi non sono proporzionati alle  attività  che  si  devono  regolare,  l’economia  alla  lunga  declina.”

 

 

Da anni io sostengo che abbassare il tasso di interesse non porta alcun vantaggio per le economie avanzate, anzi troppo spesso arreca danni seri e irreparabili sia al sistema economico sia al tessuto sociale.

 

Ricordo questo mio articolo di quasi sei anni fa, pubblicato su Società Libera del 29 Settembre 2005, qui:

http://www.societalibera.org/it/documdi/documdi_20050929_matteucci.html

che posto qui sotto per comodità del lettore.

 

Forse qualcuno troppo abituato a giocare con formulette econometriche avrebbe tratto beneficio da una sua lettura, magari attenta e seguita da una responsabile riflessione...

 

“Effetti della manovra sul tasso di interesse

 

Col presente articolo intendo svolgere alcune considerazioni, assolutamente non sistematiche, sulle conseguenze delle manovre sul costo del denaro, considerazioni che si inquadrano tuttavia nella critica ai fautori di un’economia di carta; mi riferisco con tale locuzione agli epigoni delle antiliberiste scuole keynesiane o neokeynesiane, a coloro che sognano di poter creare ricchezza dal nulla, ricorrendo alla spesa pubblica, al debito pubblico, a interventi e interferenze di uno stato onnipresente su variabili economiche non reali ma meramente contabili o monetarie.

 

Gli effetti di una manovra, al rialzo o al ribasso, sui tassi di interesse (1) ricadono principalmente su due grandezze macroeconomiche: il tasso di cambio della valuta nazionale e la domanda interna. Tralascio per brevità altri effetti secondari.

 

Per quel che concerne gli effetti sul tasso di cambio, è ovvio che maggiori rendimenti del denaro imprestato e, di conseguenza, maggiori rendimenti dei titoli di stato (2) attraggono capitali esteri. La maggiore domanda di bond da parte di soggetti esteri, porta a una maggiore domanda estera della valuta in cui quei bond sono emessi, provocando un rialzo del tasso a cui quella moneta è scambiata con altre valute. Una diminuzione del costo del denaro ha naturalmente effetti inversi.

Contestazioni radicali vanno invece avanzate contro le supposizioni dell’ortodossia statalista sugli ulteriori effetti che il rafforzamento o il deprezzamento di una valuta nei confronti delle altre ha sul prodotto interno e sul reddito. Cominciamo col fare dei distinguo basati sul tipo di economie prese in considerazione. Paesi che producono merci di fascia bassa, tecnologicamente mature od obsolete, di bassa qualità, si affannano ad alimentare le loro esportazioni con svalutazioni competitive della loro moneta. Le altre nazioni che importano tali beni sono così invogliate all’acquisto dal fatto di pagare poco, con le loro monete più forti, tali merci. Una moneta nazionale svalutata fa sì, perciò, che i prodotti di quel paese costino di meno all’estero, e si vendano di più. La diminuzione del costo del denaro e la conseguente svalutazione della moneta possono quindi costituire una strategia percorribile per i paesi che esportano prodotti ad alto contenuto di lavoro e di materie prime nazionali, soprattutto se tali paesi sono ai primordi dello sviluppo economico, sempre tuttavia a non voler considerare il depauperamento delle risorse interne e la sottoremunerazione dei lavoratori che a tale strategia conseguono.

Ben diverso è il discorso per le economie di trasformazione, che esportano cioè prodotti ad alto contenuto di materie prime importate. In tali paesi, le svalutazioni competitive della moneta comportano momentanei e illusori miglioramenti della bilancia commerciale (3), della domanda estera e del prodotto interno, miglioramenti che svaniscono come fumo non appena le imprese devono ricostituire le loro scorte di materie prime riacquistandole all’estero a prezzi resi più cari dalla svalutazione della moneta con cui comprano (4). Gli effetti della spirale inflazionistica che tale manovra provoca sui prezzi sia interni che esteri dei beni prodotti in tali paesi sono una realtà storicamente e tristemente più che provata: ne sa qualcosa l’Italia. Ma la svalutazione competitiva ben si addice alle economie di carta perseguite dagli economisti neokeynesiani, le cui teorie vorrebbero sostituire, come causa di incremento delle esportazioni, un effetto da illusionisti, il momentaneo calo dei prezzi all’estero dei prodotti da esportare indotto dalla svalutazione della moneta, a un fattore concreto e reale, la qualità e la competitività tecnologica dei prodotti nazionali. Una delle riprove storiche di quanto affermo è rinvenibile nella Germania dell’epoca di Kohl: il marco tedesco era la moneta forte mondiale, quasi un bene rifugio, i prodotti tedeschi all’estero erano nettamente più cari di quelli dei paesi esportatori concorrenti, eppure la Germania esportava a spron battuto, perché i suoi prodotti erano tra i migliori, e gli acquirenti di tutto il mondo li richiedevano (5).

Sintetizzando, e riferendomi alle sole economie avanzate di trasformazione, esporta quel sistema – paese che produce beni di qualità migliore e riesce così a conquistare la fiducia dei consumatori, interni ed esteri; e non quel sistema – paese che, ricorrendo a forzate diminuzioni del costo del denaro e conseguenti svalutazioni competitive, affossa la propria moneta distruggendo la ricchezza liquida dei propri cittadini (6). Inutile ricordare che l’intera area dell’euro è un’economia avanzata di trasformazione.

 

Veniamo agli effetti sulla domanda interna, anch’essa componente del prodotto interno e del reddito, al pari di quella estera. I teorici statalisti e antiliberisti delle economie di carta sostengono che la diminuzione del costo del denaro invoglierebbe gli imprenditori a investire, potendo questi ultimi prestarsi soldi dal sistema finanziario e creditizio a un tasso inferiore. La spesa per investimenti così generata avrebbe un effetto moltiplicatore su tutto il sistema economico, creando prodotto interno e reddito nazionale. Ugualmente, i consumatori sarebbero indotti a risparmiare di meno, visto il minor rendimento dei loro risparmi, e a spendere di più, magari comprando a rate quando i risparmi non ci sono. Tale aumento dei consumi incrementerebbe a sua volta la domanda interna. A fronte di tali ottimistiche aspettative c’è la realtà di megasistemi economici, quali l’area dell’euro e il Giappone, con tassi reali di interesse negativi (7) ed economie in stagnazione da anni. Come mai in tali aree economiche la domanda, gli investimenti, i consumi non ripartono? A questi tassi di interesse, i più bassi del secolo, queste economie avrebbero dovuto schizzare in alto come uno Shuttle dalla sua rampa di lancio. Invece gli unici fenomeni economici che si riscontrano in tali aree, oltre alla stagnazione, sono una bolla speculativa immobiliare e una perdita del potere di acquisto delle famiglie, con difficoltà per le stesse ad arrivare alla fine del mese.

Eppure la risposta a tale apparente stranezza è evidente, e non la si vede solo se non la si vuol vedere: le possibilità economiche delle famiglie sono decimate dal calo dei rendimenti dei loro risparmi e dall’aumento dei costi per le abitazioni. Le famiglie si tengono ancora più stretti i loro risparmi, non consumano, non domandano i prodotti che le imprese offrono. Gli imprenditori di conseguenza non investono: poco importa se a me imprenditore la banca presta a poco i soldi per ampliare la mia impresa e produrre di più, quando non avrei nessuno disposto a comprare questo surplus aggiuntivo di prodotti. E quindi la domanda interna non cresce. Cresce invece a dismisura il prezzo degli immobili, perché, visto il rendimento reale negativo di depositi e obbligazioni, la gente investe i propri risparmi nel mattone. E chi non ha risparmi è comunque invogliato dal bassissimo costo dei mutui ad acquistare anch’egli immobili, prestandosi il denaro necessario. Gli immobili sono infatti un investimento sicuro, visto che la pressione degli immigrati extracomunitari tiene su la domanda di case, in proprietà o in affitto, e impedisce odierne e future diminuzioni del loro prezzo.

E’ quindi ora evidente ciò che voglio sostenere: nei paesi avanzati, ricchi, dove i residenti sono possessori di piccole e grandi ricchezze mobiliari, il rendimento del denaro, dei risparmi, prima di essere un costo per le imprese indebitate, è una componente basilare, sia in senso materiale che psicologico, del reddito delle famiglie. Una diminuzione del rendimento del denaro produce una flessione dei consumi, a mio avviso ben più pesante dell’altra conseguenza, peraltro estremamente teorica, di tale diminuzione, e cioè l’aumento degli investimenti delle imprese.

Sottolineo che analogo effetto depressivo sui consumi delle famiglie, e di conseguenza sull’intera economia, ha un aumento della tassazione sui redditi finanziari, incidendo anch’essa sulle possibilità di reddito e di spesa delle famiglie. L’erario di stati con un elevato debito pubblico, come l’Italia, beneficia sì, in caso di bassi tassi di interesse, di un minor esborso di spesa per interessi sul debito, ma a tutto svantaggio delle tasche dei cittadini risparmiatori, che hanno prestato quei soldi allo stato investendo in BOT, CCT e BTP; l’effetto è lo stesso di una maggiore tassazione proprio sui risparmi.

 

Non sono certo questi giochi (8) su variabili monetarie e contabili, su tassi e tasse, sull’ultima bidonata da rifilare a investitori e risparmiatori che salveranno l’Europa dall’attuale decadenza. Penso invece che il problema sia un problema di qualità. Qualità di certa imprenditoria, troppo abituata a sussidi di stato, bassa tassazione effettiva sui redditi d’impresa, frequente ricorso al nero (9). Qualità della classe dominante, dei c.d. “poteri forti” assistiti (10), delle famiglie dominanti, più use allo sfruttamento del resto del paese (11) che ad acquisire capacità, meriti, successi sul campo e virtù. Qualità dell’apparato amministrativo, elefantiaco generatore di debito pubblico, di sprechi incontrollati, causa di prelievo fiscale eccessivo, clientelare datore di lavoro di milioni di dipendenti pubblici scarsamente produttivi. Qualità dei lavoratori, poco inclini a riqualificare le loro labour skills e i loro stili di vita, come la competizione globale richiederebbe.

In Italia, in particolare, troppa gente vuol vivere sulle spalle degli altri, in modo lecito o illecito, pretendendo il ricorso alla tassazione o al pizzo. Ovvio che in un tale scenario non edificante, chi può cominci a guardarsi intorno: il mondo è vasto, e altri paesi possono offrire qualità di vita, sicurezza, tranquillità (anche fiscale) ben maggiori.

 

 

 

Note:

 

(1) Il tasso di interesse altro non è che il costo del denaro per chi si indebita, e il rendimento dei soldi dati in mutuo per chi li presta.

(2)  I titoli di stato sono titoli rappresentativi di soldi prestati allo stato.

(3)  Ma con movimenti di capitali in fuga verso l’estero.

(4) Non rientrano invece i capitali fuggiti all’estero: i capitali hanno una memoria da elefante e, una volta scottati da svalutazioni e tassazioni, difficilmente ritornano da chi li ha traditi.

(5)  Ovviamente, il riferimento a Kohl astrae completamente dal colore politico dell’allora cancelliere tedesco. Oggi, in Europa, non è rilevante il credo politico professato dagli amministratori pubblici. Occorre invece capire quali diverse alleanze (o cosche, come le chiama Briatore) tra famiglie padrone di multinazionali o di grandi imprese finanzino e diano ordini a questo o a quel politico. E per saperlo basta informarsi sullo yacht di chi il tale ministro ha passato le ferie. Il tutto detto senza alcuna ironia.

(6)  E’ singolare e indicativo che i mass media vogliano farci credere che tali svalutazioni vengono effettuate non solo a favore degli imprenditori ma anche e soprattutto a favore dei lavoratori, quando in realtà sono proprio i risparmi e il potere d’acquisto dei lavoratori e degli anziani che vengono distrutti e mandati in fumo dall’inflazione che ne consegue.

(7) Tasso reale negativo vuol dire che chi presta soldi ha un rendimento inferiore all’inflazione, cioè alla perdita di potere d’acquisto dei soldi prestati, e quindi sta rimettendoci. Sta anche pagando una tassa allo stato, visto che l’inflazione è di fatto una tassa. Naturalmente mi riferisco all’inflazione reale, non ai dati dell’ISTAT, cui non crede più nessuno.

(8)  Giochi i cui registi sono sclerotici e ben conosciuti “poteri forti”, miranti come sempre solo ai loro momentanei interessi, a scapito degli altri cittadini.

(9) Occorre distinguere: la qualità la troviamo nella piccola e media impresa, non nella grande impresa assistita, usa com’è quest’ultima a fare e disfare i governi e a ripianare i bilanci in rosso coi soldi dei contribuenti. D’altra parte, proprio quelli che hanno fatto fortuna sfruttando il lavoro sommerso per fabbricare i loro prodotti a bassa tecnologia, senza mai pagare una lira di tasse, oggi, uscendo in yacht dal guscio delle loro province, si ergono a moralizzatori del sistema e a tartassatori di risparmiatori e investitori.

(10)  Poteri forti la cui esistenza viene affannosamente negata proprio da quei partiti, di vari ed opposti colori politici, da tali poteri oggi finanziati; poteri forti a cui fa profitto controllare non i mercati ma gli stati; poteri forti a cui fa paura non la piazza o il sindacato ma solo la più sfrenata libera concorrenza.

(11)  Vedasi le recenti pretese di aumentare la tassazione sui risparmi degli altri cittadini.”

 

 

Chi volesse approfondire ulteriormente l'argomento può leggersi il mio "Principi di economia privatista" qui:

http://www.finanzaediritto.it/articoli/principi-di-economia-privatista-4096.html

 

Il Cavaliere Premier farebbe meglio a contornarsi di validi e pragmatici economisti, invece che di equivoche e inutili ballerinette.

 

 

Avv. Filippo Matteucci

Economista liberista

 

 

 

 




18 giugno 2010

CAMERON & MERKEL: PIU' TASSE SUI NOSTRI RISPARMI? NO, GRAZIE

CAMERON & MERKEL: PIU' TASSE SUI NOSTRI RISPARMI? NO, GRAZIE


CAMERON & MERKEL: CHE BELLA COPPIA!!

di Filippo Matteucci » ven giu 18, 2010 7:11 am
CAMERON; MERKEL: LA FINTA DESTRA, STATALISTA E TASSAIOLA COME LA VECCHIA SINISTRA, ENTRAMBE AGLI ORDINI DEGLI STESSI PADRONI.
(MARGARET & RONALD, COME VI RIMPIANGIAMO…)



I REGALI DI MAMMA MERKEL

I giornali di oggi riportano la notizia che la cancelliera tedesca Angela Merkel vuole tassare ulteriormente i prodotti finanziari, in altre parole i risparmi dei lavoratori e degli anziani. La Merkel fa finta di non sapere che i risparmi sono già supertassati dall’inflazione (e l’inflazione è una tassa, la peggior tassa, anche se i mass media di regime si guardano bene dal dirlo).
La Merkel ben rappresenta le famiglie padrone, la grande industria assistita, sovvenzionata, sussidiata, succhiasoldipubblici. In Italia ricordiamo i politici vicini alle famiglie padrone ( poco importa che siano dipinti di rosso, di bianco o di nero) che richiedevano qualche anno fa il raddoppio della tassazione sulle rendite finanziarie, ovvero sempre sui risparmi di lavoratori e anziani. Ovvio che queste tasse sui risparmi andrebbero a colpire sempre e solo il popolo, la gente comune, e mai i veri ricchi, i veri padroni, le famiglie dominanti, quelli che fanno eleggere certa gente alle cariche politiche. I veri ricchi di tasse non pagano una lira, anzi usano lo stato e il fisco per impadronirsi dei soldi degli altri, del popolo, di noi gente comune. Lo stato e il fisco sono roba loro, roba dei padroni, strumenti dei padroni; dare più soldi e più potere allo stato vuol dire dare più soldi e più potere alle famiglie padrone, contro il popolo. Lo stato è sempre dei padroni e contro il popolo.
Lo stato non siamo noi; lo stato è contro di noi.
Lo stato è uno strumento della famiglie padrone contro le altre famiglie, contro la mia famiglia, contro le nostre famiglie. Alle famiglie padrone piacciono i soldi, i soldi degli altri, i soldi nostri.
La Merkel ben rappresenta certa destra statalista e tassaiola, depredatrice di lavoratori e risparmiatori. Anche Berlusconi poteva risparmiarsi certe uscite contro la speculazione sulle borse merci: la crisi è stata causata dai tassi di interesse troppo bassi che hanno provocato la bolla immobiliare e creditizia del 2008, e non dalla speculazione; lo sanno tutti, ma ai mass media di regime fa comodo far finta di non saperlo.
Interventi degli stati servi dei padroni sui mercati finanziari sono interventi liberticidi.
I mercati finanziari sono l’ultima oasi di libertà, di libera concorrenza, di libero mercato: ogni intervento dello stato dei padroni contro i mercati finanziari è un intervento contro il popolo, contro i lavoratori che risparmiano. Ma i padroni non vogliono che i servi risparmino e si facciano un capitale familiare, temono le famiglie concorrenti. I servi devono rimanere servi, i servi devono essere tutti uguali davanti al padrone, e fare la fila proni e ossequienti per elemosinare un miserabile posto pubblico.
Tornando alla Merkel, ricordo alcuni suoi regali ai lavoratori che risparmiano: le azioni Volkswagen, che hanno perso in un anno il 70 % (la ditta va bene, ma i suoi padroni giocano a spennare i risparmiatori, e il loro (!) governo glielo permette…), le azioni dei magazzini Arcandor Karstadt Quelle, ditta fatta fallire dal rifiuto di aiuti da parte della Merkel, divenute carta straccia, le azioni della banca (di fatto pubblica) IKB, crollate del 97 % … questi sono i regali ai risparmiatori di mamma Merkel.

Invito tutti i risparmiatori a non comprare e a boicottare azioni e obbligazioni tedesche finché la statalista e tassaiola Merkel rimane al governo.

Per chi ha la voglia e il tempo di approfondire l’argomento consiglio le seguenti letture:

http://epistemes.org/2008/01/10/dieci-b ... e-rendite/
Articolo di Benedetto Della Vedova, Piercamillo Falasca e Mario Seminerio

http://www.tradersxsempre.com/public/fo ... ded&start=
(intervento di Luciano Priori Friggi)

by http://www.lewrockwell.com/paul/paul334.html
(articolo sull’Inflation Tax di Ron Paul)

http://www.clubeconomia.it/articoli/articolo.php?id=553
(articolo di Gian Battista Bozzo)

http://www.ideazione.com/rivista/6-06/mancia_06_06.htm
(articolo di Andrea Mancia)

http://www.italia-risparmio.it/finanza/ ... azione.php
(articolo mio)

http://www.fff.org/freedom/0293c.asp
(articolo di Victor Niederhoffer)

 

I risparmi dei cittadini sono già tassati pesantemente dall’inflazione.
Un’ulteriore tassazione sui risparmi e/o sui proventi dei risparmi è iniqua e predatoria.
L’inflazione è una delle tasse più pesanti, colpendo il risparmio e il potere d’acquisto dei cittadini.
L’inflazione serve a finanziare spese pubbliche pilotate, stampando nuova carta moneta che va a inflazionare la carta moneta esistente, cioè la liquidità in mano ai cittadini. Le famiglie dei lavoratori risparmiatori vengono così impoverite, e la ricchezza loro depredata tramite l’inflazione va a arricchire le famiglie dei beneficiari della spesa pubblica, beneficiari designati arbitrariamente e clientelarmente.

E’ invece giusto che la ricchezza che ogni famiglia deve avere venga determinata dai meriti, dalle virtù, dall’intelligenza, dall’accortezza, dalla probità di quella famiglia, e non da chi controlla lo stato, il fisco, la spesa pubblica e l’emissione di moneta.

Una moneta d’oro o strettamente ancorata all’oro salverebbe i risparmi e il potere d’acquisto dei cittadini, dei ceti produttivi.

Per tutto questo:

NO ALLE TASSE SUI RISPARMI E SUI PROVENTI DEI RISPARMI (ipocritamente chiamati “rendite finanziarie” da chi vuol vivere sulle spalle altrui, da chi vuol rubare i soldi degli altri, da chi vuol rubare i soldi a chi se li è sudati).

NO ALLA TASSAZIONE DI OBBLIGAZIONI, TITOLI DI STATO, AZIONI, INTERESSI, DIVIDENDI E CAPITAL GAINS.

Filippo Matteucci
Economista Libertarian

PIU' TASSE SUI TUOI RISPARMI?
NO, GRAZIE

http://www.foto-blog.it/img/d148_4857.jpg

 

QUALCUNO DEVE RICORDARE E MANTENERE LE PROMESSE...

 




5 ottobre 2008

Ritorno all’economia reale?

 

Ritorno all’economia reale?

Dopo la crisi finanziaria delle borse è diventato di moda propugnare il ritorno all’economia reale, alla produzione di oggetti e servizi.
Sembra l’ipocrita morale di un film americano degli anni ‘80 di terz’ordine.
Forse si dimentica che l’economia reale, sicuramente in Italia e probabilmente anche in quest’Unione Europea che ci somiglia sempre più, è l’economia della grande industria sussidiata e assistita succhiasoldipubblici, soldi di noi contribuenti che ripianiamo i bilanci in rosso delle imprese “produttrici” di debiti, delle imprese dei prestanome della mafia, delle mazzette, degli assessori e sottosegretari, degli appalti truccati, di tangentopoli…
Forse si dimentica anche la Storia: il Rinascimento venne finanziato da famiglie di banchieri, come i Medici, che appartenevano alla Finanza e non all’economia reale.
La Borsa opera una naturale e salutare selezione tra capaci e incapaci: chi perde soldi è un incapace ed è giusto che vada a fare il servo di soggetti più capaci di lui: questa è la natura delle cose.
Si fa finta di non capire che da che mondo è mondo il denaro e la speculazione su di esso hanno sempre prodotto altro denaro, a volte ben più di quello prodotto dall’economia cosiddetta reale, con buona pace della ridicola e obsoleta morale cattocomunista (quella stessa ipocrita e incivile morale cattocomunista che ci riempie le città di immigrati e di delinquenti, di prostitute e spacciatori, di pub e discoteche della criminalità, di viados e di ubriachi).
E la produzione di ricchezza finanziaria ha i suoi vantaggi: niente inquinamento, niente morti bianche, un mondo di terziario ricco e civile (Svizzera docet).

Ma le reali motivazioni dell’attacco dei mass media di regime alla Finanza e alla speculazione finanziaria sono ben altre….
La Finanza mondiale, le Borse internazionali erano l’unico settore rimasto di LIBERA CONCORRENZA, un settore che per la sua globalità era incontrollabile da parte delle famiglie padrone della grande industria assistita e delle famiglie dei capicosca; in una parole le famiglie padrone degli stati non sono mai riuscite a divenire padrone anche dei mercati finanziari. Forse ora vogliono provare ad appropriarsene, a togliere anche quell’oasi di LIBERTA’.

Chi in Borsa perde, è giusto che perda: chi sbaglia paga.
Chi si è fidato dei consigli delle banche si è dimenticato che la banca non è l’assistenza pubblica o il confessore, ma un privato che giustamente e ovviamente fa i suoi interessi, spesso CONTRO IL CLIENTE, se gli conviene, che la banca è la tua controparte e non devi fidarti MAI di ciò che ti consiglia. Così come uno stato in mano alle famiglie della grande industria sussidiata e dei capicosca è uno stato contro il popolo, nemico del popolo, dei cittadini contribuenti tartassati.
Ma chi è un buono a nulla, chi non si tiene in piedi sulle proprie gambe è così abituato all’assistenzialismo che richiede assistenza e consigli anche alle banche…
bene, ora si tenga le perdite, è giusto così.

Ero d’accordo con la prima votazione del Congresso USA che negava il permesso di tartassare i cittadini per salvare banche incapaci e fallite.
Chi è un incapace è giusto che fallisca, e chi si è fidato di soggetti incapaci fallisca pure con lui.
Questa è la selezione naturale della LIBERA CONCORRENZA, libera da stati e libera da chi vuole vivere sulle spalle altrui, tramite tassazione, pizzo, inflazione e debito pubblico.

Ai tanti assistiti, sussidiati, sovvenzionati da soldi pubblici, da soldi di noi contribuenti, dico: LASCIATE IN PACE LA FINANZA, LE BORSE E GLI SPECULATORI FINANZIARI: fanno il loro gioco e non vi chiedono nulla, né sovvenzioni né aiuti, fanno da loro, si tengono in piedi da soli e non vogliono i soldi dei contribuenti. Non hanno bisogno di INPS e INAIL…

Se qualche raro speculatore fallito vuole soldi pubblici e risarcimenti assurdi, è solo un fallito che non fa più parte del mondo della Finanza e delle Borse.
Basta rispondergli di NO.
NO, in quanto la realtà è dura, la vita per sua natura non è bella, non è una cosa meravigliosa. Chi ci racconta le favole vuole svuotarci le tasche. E la parte più dura della nostra esistenza va sempre tenuta presente, sempre guardata in faccia: rimuoverla, non pensarci, pensare ad altro vuol dire suicidarsi, divenire servi e schiavi di chi ha realmente le palle.
E, se lo si vuole rendere edotto della sua realtà, si può anche ricordargli, in aggiunta, il vecchio motto della borsa: “IF YOU ARE SO SMART, WHY AREN’T YOU RICH?” (”Se sei così intelligente, perché non sei ricco?”)

Filippo Matteucci




3 marzo 2008

Inflazione e potere

 

INFLAZIONE E POTERE

Il potere viene esercitato dal dominante sul dominato e consiste nella possibilità per il dominante di imporre al dominato prestazioni fisiche e/o prestazioni patrimoniali. Le prestazioni fisiche possono andare dalla mera schiavizzazione alle antiche corvé medioevali, dal servizio militare al lavoro dipendente sottopagato di oggi. Le prestazioni patrimoniali tipiche sono la tassazione, il pizzo, l'inflazione. Entrambe le tipologie di imposizione costringono il dominato a destinare parte delle risorse della sua vita, soprattutto tempo ed energie, a vantaggio di un estraneo. Per detenere il potere il dominante deve ideare e porre in essere forme di controllo sul dominato, e queste forme di controllo possono concretizzarsi ed essere organizzate in apparati, anche, ma non solo, statuali.

L'inflazione è il più pesante e il più subdolo tributo che le famiglie dominanti possono imporre ai cittadini. Durante l'era monarchica vi è una moneta - merce, con un valore intrinseco dato dalla preziosità del metallo di cui è composta, per lo più oro e argento, e quindi largamente sottratta al controllo governativo: in tale condizione, il livello dei prezzi viene generalmente calando e il potere d'acquisto aumentando, salvo che nei periodi di guerra o di scoperta di nuovi giacimenti dei detti metalli. La ricchezza mobiliare dei cittadini, il valore dei loro risparmi, vengono quindi tutelati e preservati. Dopo la prima guerra mondiale e fino ai giorni nostri, in era di repubbliche formalmente democratiche, con l'imposizione del corso forzoso della moneta cartacea, stampabile praticamente a costo zero e priva di valore intrinseco, e col concomitante progressivo abbandono del gold standard, cioè della convertibilità in oro della cartamoneta, gli indici dei prezzi moltiplicano paurosamente i loro valori, bruciando i risparmi della gente a tutto vantaggio degli stati e delle famiglie di dominanti che traggono la loro ricchezza dall’uso strumentale, a loro favore, dello stato e della spesa pubblica. Di fatto, l’inflazione è stata negli scorsi decenni e continua ad essere ancor più oggi lo strumento di una gigantesca depredazione dei patrimoni di chi non è al potere.

L'inflazione non è solo uno dei principali indici e strumenti di sfruttamento; essa è anche strumento di blocco della mobilità verticale tra le classi e di eliminazione di potenziali e competitivi concorrenti. Sotto il profilo economico, sia il diritto positivo, con il prescrivere contro la natura del mercato la burocratizzazione del mercato medesimo e la scomparsa della libera concorrenza, sia la tassazione, ovvero l'assoggettamento al tributo, sia infine il controllo sull'emissione della moneta e la conseguente voluta inflazione, permettono ai dominanti di stroncare sul nascere l'accumulazione di ricchezze da parte di famiglie concorrenti. Viene così impedita la costruzione di patrimoni a quelle élites che, in assenza di tali vessazioni, sarebbero emerse naturalmente per i loro meriti e le loro capacità, probabilmente ben maggiori di quelli dei dominanti stessi.

Occorre quindi finalmente svelare e denunciare il formalismo dell’economia keynesiana, l’economia del clientelare e parassitario tassa e spendi, della socializzazione dei costi del consenso, l’economia di carta dei contabili, degli esattori, dei ragionieri di regime. Il keynesianesimo è la trasposizione nel campo delle scienze economiche dell’orientamento al presente che caratterizza le tirannie oligarchiche travestite da democrazie formali delegate.

Non esagero nell’affermare che, dopo il comunismo, il keynesianesimo è stata la più grande sventura dell’umanità nel secolo scorso. Mi si potrà opporre che il nazismo ha sterminato milioni di innocenti. Con piena convinzione rispondo che il keynesianesimo e le sue politiche di welfare hanno tolto la voglia e la gioia di vivere, di mettere su famiglia, di fare figli, di fondare un’impresa familiare e una dinastia a miliardi di esseri umani, riducendoli a schiavi consumatori.

Dopo Keynes la scienza economica è divenuta una scienza formale, mistificante, inducente all’errore, asservita alle dinastie esistenti e al mantenimento di queste ultime al potere, alla conservazione dello status quo. L’architettura keynesiana sia della scienza economica sia dei sistemi economici è stata ufficializzata, accademizzata, assurta al rango di principio scientifico, e adottata perfino dai suoi detrattori, venendo così a costituire una sorta di trappola mentale, di blindatura del pensiero ossequiente. Eppure nulla è più contrario alla realtà della fondamentale equazione keynesiana ricchezza uguale reddito. Ma l’economia vera, sostanziale, è una scienza riservata alla nobilitas naturalis di cui parla Hoppe, a quegli individui e a quelle famiglie che ogni giorno combattono liberamente sul mercato. Proprietà privata e libero mercato sono ragioni di vita che trascendono le possibilità e le stesse esistenze di esattori, contabili e ragionieri, più o meno prezzolati, certo improduttivi.*

Avv. Filippo Matteucci

* Chi volesse leggere l’intero saggio “Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe” lo trova pubblicato qui:

http://www.ladestranews.it/cultura/propriet-privata-e-propriet-pubblica-dello-stato-in-hans-hermann-hoppe.html




12 gennaio 2008

PERCHE’ NON AUMENTARE LA TASSAZIONE SULLE RENDITE FINANZIARIE

 

PERCHE’ NON AUMENTARE LA TASSAZIONE SULLE RENDITE FINANZIARIE

(Spiegazione per coloro che, in buona fede, hanno occhi, orecchi e cervello foderati di mortadella prodiana [*] )

Consideriamo la seguente ipotesi. Ho 10.000 euro di sudati risparmi, ci compro un BOT che mi rende il 4% annuo lordo, ovvero 400 euro. L’inflazione, cioè la perdita di valore, di potere d’acquisto dei miei risparmi causata dall’aumento dei prezzi, è anch’essa del 4% all’anno. Quindi i miei risparmi si svalutano di 400 euro ogni anno. Calcoliamo:

400 euro di rendimento meno 400 euro d’inflazione uguale 0.

L’inflazione è una tassa, anzi, è il più pesante e subdolo tributo che lo stato ci impone, quindi il mio rendimento di 400 euro mi è già stato tutto mangiato dall’inflation tax.

Ma non basta: su tutti i 400 euro di rendimento lordo nominale devo pagare allo stato anche l’imposta sostitutiva, oggi del 12,5%, proprio quell’imposta che vogliono ora quasi raddoppiare portandola al 20%. Calcolandola ancora al 12,5% è: 400*12,5/100= 50 euro.

Quindi, partendo dai 10.000 euro di risparmi iniziali e considerando il loro reale potere d'acquisto:

400 euro di rendimento - 400 euro d’inflation tax - 50 euro di imposta sostitutiva = - (meno!) 50 euro.

La mia inaudita “rendita” finanziaria da ricco speculatore è negativa, ci ho rimesso 50 euro regalando ben 450 euro allo stato.

Ma tutti sappiamo che l’inflazione reale è ben superiore al 4% ufficiale, siamo in realtà oltre il 10% annuo. Divertitevi voi a conteggiare la mia inaudita rendita calcolando l’inflazione reale…

Non sono stato chiaro? Allora consideriamo questa seconda ipotesi.

Dieci anni fa, nel 1998, con 150.000 euro ci compravo un bell’appartamento semicentrale. Non l’ho comprato e ho investito in BOT e fondi a basso rischio. Coi rendimenti ottenuti (al netto dell’imposta sostitutiva pagata su di essi) in dieci anni sono arrivato a 200.000 euro. Oggi ho bisogno di comprarmi un appartamento: guardo il mercato degli immobili e vedo che con i miei 200.000 euro ci compro sì e no un bilocale in periferia.

Domando: passando, grazie ai rendimenti nominali, in dieci anni, dai 150.000 euro del 1998 ai 200.000 euro di oggi, mi sono arricchito o mi sono impoverito?

I 50.000 euro di rendita netta decennale mi hanno compensato della svalutazione dei miei risparmi causata dall’inflation tax? Ovviamente NO.

Per comprare quel bell’appartamento semicentrale che nel 1998 mi costava tutti i miei 150.000 euro oggi mi occorrono 300.000 euro (che non ho).

Facendo due conti:

150.000 euro di costo nel 1998 (e di risparmi iniziali) + 50.000 euro di rendita netta decennale - 300.000 euro di costo attuale = - (meno!) 100.000 euro.

Oltre all’imposta sostitutiva pagata nel decennio, ho regalato altri 100.000 euro di inflation tax allo stato, e mi sono drasticamente impoverito.

Devo pagare ulteriori tasse?

Volete raddoppiarmi la tassazione sulla mia favolosa rendita finanziaria?



E, sottolineo, è assolutamente falsa, falsissima, l’affermazione ricorrente che il rendimento del risparmio è tassato meno dei redditi da lavoro o d’impresa. Chiariamo questa cosa una volta per tutte e in modo che la possa capire anche chi ignora cosa sia un tributo (pur pagandolo).

In parole povere, e semplificando molto, chi ha un reddito da lavoro o d’impresa, paga allo stato una percentuale più alta ma solo su una parte del suo reddito, e inoltre ha degli sconti d’imposta. Chi ha un rendimento da risparmio paga una percentuale più bassa ma su tutto il rendimento, e non ha nessuno sconto d’imposta.

I redditi da lavoro e i redditi d’impresa sono infatti tassati con un’imposta diversa da quella che colpisce i rendimenti dei risparmi (chiamati impropriamente e in malafede rendite finanziarie).

I redditi da lavoro e d’impresa sono tassati dall’imposta sul reddito, che non colpisce tutto il reddito, ma solo la base imponibile, ovvero solo quella parte del reddito che supera la fascia esente e che rimane dopo aver dedotto varie spese (ad esempio per i familiari a carico). Inoltre, dall’imposta così calcolata si possono poi scontare varie detrazioni.

I rendimenti dei risparmi sono invece tassati da un altro tipo d’imposta, l’imposta sostitutiva, che non ammette fasce esenti, deduzioni o detrazioni. In particolare dal rendimento nominale del risparmio non si può dedurre (scontare) l’inflazione, né qualsiasi spesa (ad esempio, non si possono scontare le spese per i familiari a carico). Non ci sono fasce esenti, quindi l’imposta sostitutiva si paga su tutto il rendimento, fino all’ultimo centesimo. Non sono ammesse neanche le detrazioni (cioè i vari sconti d’imposta).

Le due imposte sono quindi strutturalmente diversissime e non è possibile fare paragoni tra le aliquote nominali (le percentuali del reddito che il fisco si prende), perché la base imponibile (l’importo tassato, a cui si applica l’aliquota) nei redditi da lavoro e d’impresa non è tutto il reddito, mentre nei rendimenti da risparmio si. A parità di reddito e di aliquota nominale, l’imposta sostitutiva che colpisce il risparmio è quindi molto più gravosa dell’imposta sul reddito che colpisce il lavoro e l’impresa. (Per non parlare della possibilità di scontare le perdite negli anni successivi a quello in cui la perdita si è verificata, che nel reddito da risparmio è vergognosamente limitata a soli quattro anni.)

Spero che ora siano chiari la malafede e il fine di  disinformazione di chi, approfittandosi dell’ignoranza del popolo in materia fiscale, per infinocchiare chi di tributi non se ne intende, va raccontando che il risparmio è tassato meno del lavoro o dell’impresa.
In realtà costoro vogliono tartassare sia i salari sia i risparmi dei lavoratori sia le piccole e medie imprese.



Filippo Matteucci

[*] a quelli in mala fede non ho nulla da spiegare: sanno già benissimo che quella parte ulteriore dei nostri risparmi che vogliono confiscarci raddoppiando la tassazione sui rendimenti, non andrà in servizi pubblici ma nelle loro tasche. Inoltre non capisco perché i mass media tacciono sulle verità sacrosante esposte in questo post: da quali poteri forti è venuto l'ordine ai politici statalisti di ogni colore (bianchi, rossi e neri: da Ferrero ad Alemanno, da Follini ad Amato, da Bertinotti a Di Pietro) di tartassare i risparmi? A chi fa così tanto comodo questo aumento di tassazione sui risparmi dei lavoratori?




11 gennaio 2008

Tassare la rendita: un assurdo dalle conseguenze negative disastrose

 

Tassare la rendita: un assurdo dalle conseguenze negative disastrose

[Voglio postare questo premonitore articolo di qualche anno fa dell’ottimo Luciano Priori Friggi. L’articolo è ormai presente solo sul forum
http://www.tradersxsempre.com/public/forum/index.php?showtopic=1253&pid=135606&mode=threaded&start=
e non voglio che vada perduto. Sono particolarmente legato a questo scritto perché la sua lettura mi indusse a rimettermi a pubblicare articoli e saggi di politica economica e fiscale, dopo anni in cui, sommerso dalle contingenze quotidiane, non avevo pubblicato più nulla.
Avv. Filippo Matteucci]

In pochi probabilmente ricorderanno il polverone sollevato negli anni Settanta dal tema "alleanza dei produttori" contro la rendita parassitaria (locuzione dall'infinito fascino per chiunque si avventuri a parlare di "giustizia sociale"). Se ne discusse a lungo, ovviamente senza costrutto e, a prima vista, senza alcun risultato concreto. Visto che le borse in quegli anni andavano malissimo -nel '78 si tocco' il punto piu' basso di un lungo canale discendente che era partito all'inizio degli Sessanta, con l'avvio dell'esperimento del centrosinistra- la questione era oltretutto anche ridicola, dato che dall'investimento in azioni di guadagni se ne vedevano pochi. Ma l'obiettivo era un altro, erano i titoli di stato, gli unici che un quel momento sembrava guadagnassero.

La situazione economica allora era questa: grande recessione dovuta all'esplosione dei prezzi dell'energia (in seguito al conflitto arabo-israeliano) e grande inflazione. Per tappe successive si arrivo' ai primi anni ottanta ad un livello di incremento dei prezzi annuo del 25% circa. I titoli a breve arrivarono al massimo a rendere il 20-21%. La rendita da combattere in pratica era dunque una perdita secca in conto capitale pari al 4% annuo. Di fronte a debiti pubblici rilevanti una delle tecniche usate dai governi e' l'uso della moneta per decrementare con l'inflazione il valore del debito. E' cio' che si fece allora in Italia ed e' cio' che si e' fatto a lungo negli anni novanta in Argentina. A rimetterci i risparmiatori, soprattutto i piccoli, come sempre. Anche se -data l'ignoranza in fatti economici- ancora c'e' qualcunio che rimpiange quei rendimenti nominali che in realta' non riuscivano neppure a mantenere intatto il capitale.

Se non si puo' stampare moneta a piacimento (o dichiararsi insolventi, Argentina ancora docet) per tosare il risparmio (il discorso in questa sede si limita a considerare i soggetti deboli, cioe' la massa dei piccoli risparmiatori) si deve ricorrere alla tassazione. Negli anni Novanta in Italia e' stata introdotta la tassazione del Capital Gain. E' una tassa ingiusta. Intanto perche' per investire in qualche strumento finanziario bisogna prima aver generato un risparmio e quindi aver gia' subito una tassazione come reddito e poi perche' ad un guadagno corrisponde sempre una perdita (questo e' vero al 100% con i derivati): quindi il saldo complessivo e' tendenzialmente nullo o in in ogni caso anti-economico rilevarlo e gestirlo con la tassazione.

Come si fa a trasformare un introito quasi nullo in una tosatura del risparmio? Prendiamo il caso probabilmente piu' diffuso, quello del calcolo del capital gain in "regime amministrato": in questo caso è la Banca o Sim che preleva l'imposta dalle plusvalenze derivate dalle vendite di titoli per poi versarle con cadenza mensile allo Stato. Supponiamo di aver investito in titoli azionari e guadagnato 1000 euro in un mese, magari impegnandosi in prima persona con il trading on-line e quindi lavorando senza orari e senza, ovviamente, remunerazioine alcuna da parte di chicchessia. Se le posizioni sono state chiuse entro la fine del mese il guadagno e' effettivo e quindi avviene il prelievo da parte dell'intermediario del 12.5% sull'importo, pari a 125 euro. Tale cifra viene immediatamente versato nelle casse dello Stato.

Il mese successivo l'operativita' pero' va male e per il nostro la perdita ammonta a 1000 euro. Non ci sono ovviamente in questo caso prelievi di Capital gain o restituzioni ma solo solo una minusvalenza che puo' essere utilizzata in futuro per compensare eventuali guadagni, purche' questi si verifichino nell'arco dei quattro anni successivi. Supponiamo che ora il nostro povero piccolo investitore, scottato dalla perdita, se ne stia buono per quattro anni e poi ritenti la fortuna, magari perche' i mercati finanziari sembrano essere diventati molto promettenti. Si butta e riesce a guadagnare di nuovo 1000 euro. Zac! Immediatamente vengono prelevati dall'intermediario 125 euro e consegnati allo Stato. In teoria il nostro investitore dovrebbe aver finalmente guadagnato i suoi mille euro, invece la storia e' sempre quella: li riperde, come in predenza. Lo sventurato alla fine non solo non ha guadagnato nulla in linea capitale ma si ritrova ad aver versato allo Stato (oltre alle commissioni agli intemediari) ben 250 euro totali che non rivedra' mai piu'.

La situazione in realta' e' piu' drammatica. L'indice Mib30 della borsa italiana nel 2000 quotava 51272, ora si trova a 31000 circa (ma il ribasso e' arrivato a toccare quasi 20000). Cio' vuol dire che le perdite medie subite in conto capitale (il piccolo risparmiatore oltretutto tende a comprare sui massimi e vendere sui minimi) sono state, per un investimento effettuato cinque anni fa, ad oggi di oltre il 50%.

Poiche' il ciclo e' lungo (e in genere dura di piu' di quattro anni) se i risparmiatori riusciranno a riprendersi un po' del capitale perduto dovranno pagarci su il capital gain del 12.5% perche' non riusciranno a compensarlo con le perdite subite a causa del limite dei quattro anni.

La questione politica del giorno e' la tassazione della rendita e al solito a sostenerla con maggiore convinzione sono i campioni del "sociale", con l'aggiunta -chi l'avrebbe detto- della Lega. Il problema sarebbe diventato centrale a causa dell'Irap, tassa regionale ritenuta illegale dall'Europa e quindi da eliminare. Senonche' tale tassa finanzia ben oltre il 50% della sanita'. Ora la questione pone un problema preliminare: cosa c'entra la soluzione del problema dell'Irap con l'aumento della tassazione delle rendite finanziarie? Ovviamente nulla. Infatti alcuni (a cominciare da Prodi) hanno affermato che in realta' il problema e' di armonizzazione della tassazione con il resto dell'Europa. Insomma il problema e' "prendere", basta non essere troppo grossolani. Ci permettiamo di rilevare che la tassazione delle rendite (come dei profitti d'impresa) nei 25 paesi e' diversissima e non ha senso quindi parlare di armonizzazione, dato che in questo querelle i sostenitori della tassazione si riferiscono ovviamente alle situazioni piu' penalizzanti per il risparmiatore.

Gianni Alemanno sul Corriere della Sera afferma perentorio che -ad esclusione dei titoli di Stato- la tassazione della rendita finanziaria e' l'unico metodo per tagliare l'Irap. "In Italia", ha affermato, "non possiamo avere un'aliquota pari al 12,5%, inferiore alla media europea e nel contempo avere il mostro dell'Irap …[bisogna pertanto] spostare risorse dalle rendite finanziarie per alleggerire il peso sulle imprese e sul costo del lavoro, è il segnale più potente che si possa dare". Ovviamente niente a che vedere con il leader di Rifondazione comunista che "fa generici e minacciosi discorsi sulla patrimoniale, mentre io mi limito a ripetere quello che scrive Eugenio Scalfari su Repubblica". Chi l'avrebbe mai detto che sarebbero tornate le convergenze parallele della Prima Repubblica?

Dunque, la conclusione e' questa, la tassazione dei guadagni sui mercati finanziari va portata al 19%. Lasciamo perdere per un momento la faccia del nostro piccolo risparmiatore che oltre ai campioni del sociale incomincera' ad odiare anche l'Europa (vedrete, vedrete cosa succedera' in Francia e in Olanda). A tali campioni facciamo una sola domanda "e se per una anno la borsa non guadagna nulla il medico e l'ospedale degli italiani chi lo paga"? A titolo puramente informativo dico che il dibattito tra gli specialisti in previsioni di borsa e' piuttosto variegato: alcuni sostengono che ci sono spazi ancora di recupero, altri paventano addirittura un crack dei mercati finanziari.

Ma noi, in Italia di che ci preoccupiamo? Abbiamo un piccolo esercito di beneficiati dal "sociale" fatto di pensionato baby, di sprechi incredibili, ovviamente tutti intoccabili. Abbiamo regioni dove ad ogni albero probabilmente corrisponde un forestale, e ci fermiamo qui. Abbiamo poi la Confindustra montezemoliana che sponsorizza la svolta "produttivistica", tanto che lo stesso Bertinotti ci tiene a sottolineare come la nuova leadership degli industriali sia finalmente presentabile e ben diversa dalla precedente. Quindi ,visto lo schieramento che va dai "guru" di sinistra del giornalismo romano fino ad Alemanno, passando per gli industriali, dev'essere giusto fare le cose che si dice si vogliano fare.

Noi ci permettiamo non solo di dissentire da quanto si sta decidendo ma vogliamo fare di piu' e in positivo: proponiamo pertanto l'abolizione in toto del capital gain per far tornare l'investimento in borsa e ridare fluidita' a quel meccanismo economico di circolarita' che da Quesnau in poi (compreso Keynes) dovrebbe essere ben conosciuto da chiunque abbia fatto un minimo di studi economici. Tale meccanismo dovrebbe costituire il riferimento obbligato per chiunque voglia pronunciare la parola "sviluppo". E crediamo anche che sia giusto (per evitare disastri futuri dalle conseguenze incalcolabili) impedire per legge che le banche partecipino al capitale di rischio delle aziende.

Questo e' cio' che serve -limitatamente alle questioni trattate- per ridare fiducia alle imprese e ai mercati finanziari. Nient'altro.

(l'articolo ha avuto delle piccole modifiche rispetto all'originale uscito su lobbyliberal)

18/05/05

Luciano Priori Friggi




11 gennaio 2008

Dieci buone ragioni per non tassare le “rendite”

 

Dieci buone ragioni per non tassare le “rendite”

di Benedetto Della Vedova (con Piercamillo Falasca e Mario Seminerio) - Articolo apparso, in versione ridotta, su Il Giornale 

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (articolo 47 della tanto lodata Costituzione italiana);

“Il risparmio non è un flusso finanziario che va al consumo, anzi è la rinuncia ad un consumo presente per ottenerne uno futuro. Il profitto sul risparmio (gli interessi) è il prezzo di questa rinuncia. Tassare gli interessi vorrebbe dire creare una discriminazione tra consumi presenti e futuri, vorrebbe dire bloccare il movimento fisiologico dell’attività economica, produttiva e di investimento.” (Luigi Einaudi)

Ecco dieci buone ragioni per opporsi alla minacciata “armonizzazione delle rendite finanziarie” che, per come si presenta, risponde al furore ideologico più che alla razionalità economica.

1. Altro che “rendite” finanziarie: si tratta del risparmio delle famiglie. Secondo la più recente indagine campionaria di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (dati 2004, la prossima pubblicazione – con dati 2006 – sarà disponibile tra qualche settimana), considerando le attività finanziarie detenute dalle famiglie, il 25,1% dei titoli di stato e il 23,6% di azioni, fondi comuni e altri titoli è nelle mani di famiglie con a capo un impiegato o un operaio; il 43,9% dei titoli di stato e il 36,9% di azioni, fondi comuni e altri titoli è appannaggio delle famiglie dei pensionati. Nel nostro paese, in assenza di un robusto “secondo pilastro” di previdenza integrativa, è cresciuto un “terzo pilastro”, quello degli investimenti con funzione previdenziale.

2. Se si dovesse applicare la nuova aliquota su tutti i titoli in circolazione e stante l’attuale stock di attività finanziarie, dal comparto famiglie l’erario ricaverebbe maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro annui (la riduzione dell’aliquota sui depositi in conto corrente dal 27 al 20% comporterebbe un risparmio di appena 800 milioni di euro). Dei 5 miliardi di euro, circa 2 deriverebbero dai nuclei con un capofamiglia pensionati; poco meno di 1 miliardo dalle famiglie degli impiegati; circa 250 milioni di euro dagli operai. Se la nuova aliquota fosse applicata solo sulle nuove emissioni, l’extra-gettito dalle famiglie per il 2008 ammonterebbe a poche centinaia di milioni, per poi crescere negli anni successivi.

3. Una misura che produce maggior gettito per le casse dello Stato è una forma di “inasprimento” fiscale, non di “armonizzazione”. Per avere un allineamento tra conti correnti e altre attività finanziarie a parità di gettito, si dovrebbe fissare la nuova aliquota ad un valore prossimo al 14%.

4. Sembra che il governo voglio usare il gettito di questa misura come copertura per una riforma dell’Irpef sui lavoratori dipendenti. Sarebbe una scelta avventata: il gettito derivante da inasprimento della tassazione delle attività finanziarie è aleatorio e non predeterminabile. In presenza di un’inversione di tendenza dei mercati finanziari, si rischia un effetto boomerang.

5. L’ipotesi di un’applicazione “mirata” della nuova tassazione, applicando l’aliquota del 20% solo alle nuove emissioni, esentando i titoli di stato o prevedendo meccanismi di esclusione dei pensionati e dei piccoli risparmiatori, creerebbe una segmentazione pericolosa dei mercati finanziari, dando luogo a distorsioni sui prezzi dei titoli e complicando la gestione del debito pubblico (forse ci si dimentica quanto avvenne nel 1987 e 1988 quando, per i titoli pubblici, si passò dalla esenzione alla tassazione del 6.25% e poi al 12,5%).

6. L’introduzione di meccanismi di esenzione di particolari categorie di percettori di reddito da capitale, ipotizzata dal sottosegretario Grandi, sarebbe possibile solo attraverso l’inserimento dei redditi da capitale nelle dichiarazioni dei redditi, ossia facendo cadere il vantaggio della tassazione separata e aprendo la strada all’assoggettamento dei redditi da capitale alla tassazione ad aliquota marginale. A nostro giudizio, una prospettiva nefasta.

7. Come mostra un recente studio della Banca d’Italia, un inasprimento della tassazione sul risparmio può forse permettere un aumento di breve periodo dei consumi (si risparmia meno, si consuma di più), ma inibisce l’aumento dello stock di risparmio utile per finanziare gli investimenti e la crescita economica di lungo periodo. In più, una maggiore tassazione dei redditi da interesse deprime l’offerta di lavoro (a che serve lavorare di più se il risparmio, frutto del mio lavoro, verrà pesantemente tassato?).

8. Il governo farebbe bene a valutare i dati forniti da Assogestioni, dove si evidenzia la vera e propria fuga dai fondi di investimento italiani: meno 21 miliardi nei soli mesi da settembre a novembre 2007. Sicuramente hanno influito la scarsa fiducia verso i mercati finanziari ed una minore disponibilità economica delle famiglie, ma due anni di annunci e smentite sull’aumento della tassazione hanno certamente contribuito ad alimentare il clima di incertezza. A capo di Assogestioni c’è oggi Marcello Messori, uomo di fiducia di Vincenzo Visco: c’è chi vi vede una pericolosa liason ideologica tra chi dovrebbe rappresentare i risparmiatori e chi li tassa.

9. Si assiste nel mondo ad un trend di crescita dei profitti non accompagnato da un eguale andamento dei salari (la quota di incremento della produttività catturata dal lavoro diminuisce a favore di quella acquisita dal capitale). Invece che chiedere ideologici interventi redistributivi sulle rendite, una politica responsabile dovrebbe porsi il problema di come sostenere la trasformazione del reddito dei lavoratori da “puro” salario a ricchezza più variegata, che includa i redditi da capitale. In una prospettiva di lungo periodo, va promossa – e non disincentiva con la tassazione - una maggiore propensione verso gli investimenti finanziari diversi dalla “casa”. Una fetta troppo elevata del surplus familiare italiano, infatti, va nella casa, creando il paradosso di famiglie forti nel patrimonio e debolissime nel reddito.

10. Una delle motivazioni ricorrenti per giustificare la riforma è quella secondo cui un’aliquota al 20% permetterebbe un allineamento della tassazione ai regimi vigenti negli altri paesi europei. Se è vero che in Europa la tendenza è avere aliquote sul risparmio superiori a quelle italiane, è altrettanto vero che – da tempo – in tutto il continente si assiste ad una graduale ma costante riduzione della tassazione sul reddito. In più, a rendere poco efficace il confronto tra paesi vi è poi la considerazione del ruolo previdenziale e non speculativo che le attività finanziarie svolgono in Italia.



Il presente validissimo articolo è tratto da: http://epistemes.org/2008/01/10/dieci-buone-ragioni-per-non-tassare-le-rendite/ 


Capezzone: dissennata e pericolosa l'idea di inasprimenti fiscali sul risparmio

giovedì 10 gennaio 2008

Romano Prodi ha di nuovo esplicitamente evocato la possibilità concreta di colpire i risparmi e le rendite finanziarie.

Sarebbe un atto due volte dissennato: in primo luogo, perché darebbe un altro colpo alla già bassissima capacità dell'Italia di attrarre capitali, risorse e investimenti; in secondo luogo perché, anche in termini di effetto sui consumi, finirebbe per annullare i riflessi positivi determinati da un intervento a favore dei salari. Insomma, tutto finirebbe con un gioco a somma zero.

La mia impressione è che ancora una volta Prodi sia animato da intenti punitivi nei confronti del ceto medio, e che non si faccia scrupolo di perseguire operazioni volte a impoverirlo e spaventarlo.

Le tasse vanno ridotte a tutti, tagliando la spesa pubblica, e non solo a qualcuno (che magari si ritiene più vicino alla propria base elettorale).

Resta da capire dove siano e cosa facciano i riformisti del centrosinistra: subiranno ancora una volta queste scelte sbagliate e pericolose per il Paese?

(tratto da http://www.decidere.net/index.php?option=com_content&task=view&id=667&Itemid=84)


Un grazie, da parte mia e da parte di tutti i risparmiatori, a Benedetto Della Vedova, Daniele Capezzone, Piercamillo Falasca e Mario Seminerio, e a Il Giornale, per queste prese di posizione.
Avv. Filippo Matteucci




8 gennaio 2008

IDEOLOGIE E RENDITE

Ideologie e rendite

Penso che tutta la storia e la mappatura filosofica delle ideologie siano da riscrivere, per lo meno a partire dall'Illuminismo. Ai soggetti provenienti da famiglie prive di identità che ci vengono a dire come deve andare il mondo, quando essi stessi non sanno né chi sono né perché esistono, non possiamo che opporre lo ius naturalis e i suoi capisaldi: la proprietà privata e il libero mercato. Proprietà privata e libero mercato impongono di buttare le ideologie nel pattume, una volta per tutte: gli errori mentali e il regresso di civiltà dei nostri nonni del Novecento, un secolo di istupidimento di massa e di follia collettiva, non dobbiamo pagarli noi.

Occorre piuttosto imparare a riconoscere quando democrazie formali delegate nascondono tirannie oligarchiche e stataliste: le famiglie dei tiranni e i loro clientes, in questo caso, vogliono controllare e ingessare il mercato, e pretendono di vivere sulle spalle dei cittadini contribuenti, dei ceti produttivi.

Per impossessarsi della ricchezza creata e guadagnata dai ceti produttivi, tassano gradualmente ogni azione che il lavoratore compie nella sua vita, ogni ambito della sua esistenza. Salari e stipendi, consumi, atti amministrativi, risparmi, case, trasferimenti di proprietà, il pieno di benzina o di carburante per il riscaldamento, tutto diventa occasione per imporre balzelli ed estorcere così denaro a chi se lo è sudato.

Oggi vengono a raccontarci che vogliono diminuire le tasse sul reddito da lavoro dipendente; i soldi per far ciò però li trovano raddoppiando le tasse sui risparmi dei lavoratori dipendenti, dei poveri Cristi, di coloro che non possono emigrare o almeno portare i loro risparmi all'estero. In questo consiste la famigerata armonizzazione (o riordino), cioè l'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie.

Le quali ovviamente non sono rendite, ma sono i sudati, tartassati, inflazionatissimi risparmi di lavoratori e pensionati, che già non rendono nulla, visto che a causa dell'inflazione i rendimenti reali sono oggi negativi. Chi vive di rendita sono caso mai i membri del politburò, i maggiordomi dei padroni, coloro che hanno venduto il loro consenso in cambio di uno di quei posti pubblici d'oro o di comode poltrone politiche, con scarso engagement e lauti stipendi: rendite, appunto.

I dominanti di oggi possono essere raffigurati da una piramide: al vertice abbiamo le odierne famiglie reali, le famiglie della grande impresa assistita, sovvenzionata, sussidiata, i padroni assoluti dello stato, e le famiglie dei boss delle cosche. Nel mezzo troviamo i maggiordomi privilegiati, coloro che occupano le poltrone ben retribuite delle cariche politiche, amministrative e burocratiche, il politburò. Alla base abbiamo quella parte di dipendenti pubblici assolutamente inutile, coloro che, per timore di dover combattere sul libero mercato, hanno venduto il loro consenso in cambio di un "posto" pubblico, per un misero stipendio, disprezzati dai loro stessi protettori. Tutti gli appartenenti a questa piramide producono poco e male: il sistema si regge e va avanti utilizzando la ricchezza creata da altri, dai ceti produttivi: piccole e medie imprese, dipendenti del settore privato, lavoratori autonomi, e quella parte del pubblico impiego realmente necessaria al paese. La tirannia e l'oppressione consistono nel costringere questi ceti produttivi a mantenere, per forza, gli altri ceti parassitari. Il fisco serve prevalentemente a questo. Oggi la lotta di classe non è più tra proletari contro borghesi, ma tra lavoratori contro parassiti, tra ceti produttivi contro il politburò.

Il fine degli attuali dominanti è lo sterminio dei ceti medio-bassi, ai quali deve essere tolta ogni velleità di formarsi un piccolo patrimonio familiare. La logica redistributiva toglie ai medio-piccoli per dare ai grandi e grandissimi, con una evidente finalità di proletarizzazione (leggi: schiavizzazione) di chiunque non appartenga alle famiglie e alle cosche al potere. Questo processo di proletarizzazione è stato studiato e progettato fin nei minimi dettagli, ed è uno strumento di mantenimento del potere. Ovviamente viene travestito da “redistribuzione a favore delle famiglie, dei lavoratori dipendenti, dei proletari” proprio nel momento in cui sono le famiglie e i lavoratori a essere colpiti, penalizzati, impoveriti dal continuo aumento della pressione fiscale. Tassare salari e stipendi, tassare consumi, tassare risparmi, tassare case, tassare i carburanti o quant’altro è sempre la stessa cosa: sono tutti aumenti della pressione fiscale contro il popolo e a favore dei dominanti e dei loro servi. Socializzazione dei costi del consenso vuol dire semplicemente che i dominanti si pagano servi e consenso coi soldi pubblici, coi soldi nostri, quelli che ci tolgono con le tasse.

Oggi, il massimo a cui un cittadino qualunque può aspirare, è che gli venga graziosamente concesso un posto pubblico, un boccone di pane, e, per i più ligi al regime, per quelli che portano più consenso, qualche poltrona d’oro. Non si azzardi il cittadino qualunque a mettersi in proprio, a iniziare un lavoro autonomo o imprenditoriale, un’attività produttiva: verrà immediatamente strozzato dalla burocrazia e dal fisco, e lavorerà per altri, per i poteri forti e per il loro stuolo di lacchè politici e burocrati. Manterrà col suo lavoro e con le sue tribolazioni i ceti parassitari.

Per questo l’evitare l’ulteriore appesantimento della tassazione sui risparmi degli Italiani rappresenta una sorta di “linea del Piave”, sulla quale dovrebbero attestarsi tutte quelle forze politiche, quei tributaristi e quegli economisti ancora dotati di un minimo di ragionevolezza, equità e dignità.

I risparmi sono già tartassati dall’inflazione e dall’imposta sostitutiva: ancora non basta? Tutte le famiglie si sono accorte che il potere d’acquisto dei loro poveri risparmi è stato decimato dall’inflazione. E l'inflazione è una tassa, anzi, è il più pesante e subdolo tributo di cui già si avvantaggia lo stato. Tutti sperimentiamo quotidianamente che in Italia c'è un'inflazione ben superiore a quella ufficialmente dichiarata dall'ISTAT: questa inflazione reale è il tributo che i risparmiatori già pagano al fisco, cui si aggiunge l'attuale imposta sostitutiva del 12,5% che ora si vorrebbe iniquamente aumentare, con un intento demagogicamente e ideologicamente espropriativo.

E, sottolineo, è assolutamente falsa, falsissima, l’affermazione ricorrente che il rendimento del risparmio è tassato meno dei redditi da lavoro o d’impresa. Il carico fiscale che le imprese subiscono, è di fatto contenuto: l'aliquota sul reddito d'impresa è fittizia, visto che si applica non su tutto il reddito, ma solo sul reddito imponibile, e qualsiasi commercialista è in grado di decimare l'imponibile del reddito d'impresa. Tutta una serie di fasce esenti, deduzioni e detrazioni sono poi previste per tutti gli altri tipi di reddito, a cominciare dal reddito da lavoro dipendente. Ciò non accade invece per l’imposta sostitutiva, che è un tributo ben diverso dall’imposta sul reddito. Ed è proprio l’imposta sostitutiva che già oggi colpisce i rendimenti dei risparmi: le sue aliquote si applicano quindi senza sconti su tutto il reddito nominale (ben maggiore di quello reale!) dei risparmi, fino all'ultimo centesimo, non essendovi alcuna possibilità di dedurre costi e spese dall'imponibile, né fasce esenti. Si applicano anche sulle perdite da inflazione! Quindi il paragonare l'aliquota solo nominalmente più alta del reddito d'impresa o di lavoro a quella del 12,5% sui redditi finanziari nominali non ha senso, e chi, in possesso delle dovute conoscenze giuridico-tributarie, fa tale paragone fra aliquote di imposte strutturalmente diversissime, lo fa in malafede, per infinocchiare chi di tributi non se ne intende.

E quel neokeynesianesimo imperante, quel tassa e spendi, che tanto fa comodo ai ceti parassitari, è talmente insensato da illudersi che tassando i risparmi fino a ucciderli si spinge la gente a consumare di più, stimolando l’economia. No, non è così. L’effetto di una maggiore tassazione è esattamente il contrario: le possibilità economiche delle famiglie sono decimate dal calo dei rendimenti dei loro risparmi e dall’aumento dei costi per le abitazioni. Le famiglie si tengono ancora più stretti i loro risparmi, non consumano, non domandano i prodotti che le imprese offrono. Gli imprenditori di conseguenza non investono, e l’economia regredisce.

Capiamoci, con l'assalto dei ceti parassitari ai risparmi dei lavoratori (le rendite finanziarie) il passaggio è epocale: nessun governo, anche ferocemente statalista, in passato era mai arrivato a tanta iniquità. Per impadronirsi dei nostri risparmi non si accontentano più dell'inflazione, oggi l'attacco espropriativo contro i risparmi degli Italiani è diretto, frontale e pesantissimo: aumento, quasi raddoppio dell' imposta sostitutiva, che, si badi bene, e lo ripeto, è per sua struttura e per base imponibile molto più pesante e vessatoria, a parità di aliquota percentuale, della normale imposta sul reddito, con la quale in troppi, per ignoranza o malafede, la confondono. All’esproprio dei risparmi seguirà, già annunciato, l’attacco fiscale agli immobili, facilmente attuabile attraverso una revisione al rialzo delle rendite catastali. E, una volta tartassati risparmi e case, troveranno qualcos’altro da tassare, che so, i balconi (già ci hanno provato!), o i cessi dei laboratori degli artigiani, o le bottiglie di acqua minerale, o i cani e i gatti che ci teniamo in casa, in un’infinita pauperizzazione, un infinito asservimento di chi lavora e produce, di chi non è dei loro. Se non li fermiamo ora non li fermeremo più. Per questo la battaglia in difesa dei nostri risparmi va combattuta fino in fondo, questa "linea del Piave" non deve essere sfondata.

Come sono bravi, coloro che vivono sulle nostre spalle, nel falsare il significato del linguaggio, nel camuffare con l’ideologia gli espropri che perpetrano a loro esclusivo vantaggio.

Che fantasia affermare: "Vogliamo abbassare le tasse sui salari dei lavoratori, quindi raddoppiamo le tasse sui loro risparmi...".

Quanta gente sprovveduta e in buona fede si lascerà ancora prendere per i fondelli? Quanti poveri Cristi non capiranno che i tartassati sono sempre loro, che lavorano per far fare la bella vita a qualcun altro?

E ripeto il mio vecchio suggerimento: chiediti sempre nelle tasche di quali famiglie vanno i soldi che lo stato ti toglie.

Avv. Filippo Matteucci



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