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  Cromwell [ Avv. Filippo Matteucci ' s Blog. Austrian Privatist Economist and Anarcho-Capitalist Libertarian Theorist ]
         

Battle of Marston Moor by http://www.slowleadership.org/blog/index.php?s=cavaliers


14 dicembre 2009

DIALOGO SULLA DEMOCRAZIA DIRETTA TURNARIA

 

DIALOGO SULLA DEMOCRAZIA DIRETTA TURNARIA

tra Filippo Matteucci ed E.S.

 

F.M.:  La mia proposta di democrazia turnaria è vecchia di 15 anni, ma è rimasta latente in discussioni accademico-scolastiche con miei allievi e colleghi, e l'articolo [ Democrazia formale e democrazia sostanziale ] che lei ha letto rappresenta la prima divulgazione di essa. Premetto che dobbiamo tutti ringraziare Intenet, i blog, i social network come Facebook e Twitter, se nel mondo c'è ancora una reale libertà di parola, opinione, informazione.

Nell'articolo in oggetto l'architettura della democrazia turnaria è volutamente solo abbozzata, anche se nei miei scritti di futura pubblicazione e in corso di rifinitura lessicale essa è completamente delineata.

Purtroppo devo riecheggiare Marcuse parlando di deviazione e falsificazione del linguaggio, per cui per ridare verità alle parole sono continuamente costretto a precisazioni, deformalizzazioni, chiarificazioni preliminari di concetti.

Il linguaggio deviato è il primo strumento di potere, e non dai tempi della psicanalisi applicata, ma da sempre (penso al Bonaparte, a Filippo il Bello ecc.).

E’ quindi molto difficile per me farmi capire, nonostante il mio linguaggio volutamente divulgativo.

Tento ora una prima spiegazione in risposta alle sue giuste domande.

 

E.S.:  Egr. Avv. Matteucci, ho letto con molto interesse l’articolo [ Democrazia formale e democrazia sostanziale ] che mi ha inviato, già pubblicato su vari siti.

Considero l’argomento molto importante, ma ancora una volta trovo che sia assai facile mettere a fuoco i difetti  della nostra forma di gestione del potere decisionale, ma molto difficile avanzare una possibile soluzione per ottenere una democrazia diversa e migliore, ovvero a più ampio vantaggio per i  cittadini. L’utopia è sempre dietro l’angolo!

 

F.M.: La democrazia turnaria collegiale è fattibilissima. Un banale esempio nella pubblica amministrazione: la figura del dirigente pubblico, messo in quella carica formalmente per pubblico concorso. In realtà le sempre emergenti vicende di concorsopoli descritte dai giornali ci comprovano che spesso il dirigente è nominato dalle famiglie padrone del luogo o dal politburò locale asservito alle famiglie padrone dello stato.

Tutti i dirigenti delle pubbliche amministrazioni sono sostituibili da collegi di funzionari di durata annuale, che ricoprirebbero tale carica a semplice richiesta, ad es.: a posto del preside, un collegio di 3 professori. La competenza non mancherebbe di certo, e si farebbero gli interessi del servizio pubblico e non di chi ha eventualmente messo quel preside su quella poltrona. Molti professori capacissimi e ultracompetenti oggi lamentano di non avere alcuna possibilità di diventare presidi o rettori.

 

E.S.:  L’art. 3 della Costituzione parla di “lavoratori” come categoria atta ad essere coinvolta nell’organizzazione delle strutture di gestione. Tutti i lavoratori? Anche quelli con carichi pendenti? Anche quelli non sani di mente? Anche gli analfabeti? E un disoccupato ne sarebbe dunque escluso?

Forse al posto di “lavoratori” non sarebbe più giusto parlare di cittadini “aventi diritto al voto”, filtrando in questo modo tutti quelli che comunque non devono partecipare al potere decisionale?

 

F.M.:  Nessun voto, ma ricoprimento a semplice richiesta (e previo cursus honorum) di incarichi politici o amministrativi in organi necessariamente collegiali (minimo 3 persone), e per un periodo di durata in carica ridotto.

Ovvia l'esclusione dagli incarichi di incapaci e persone con precedenti penali. Escluderei anche chi ha ricoperto incarichi in passato su delega elettiva (pilotata). 

Lascerei perdere la costituzione (da riscrivere ex novo), e parlerei di “cittadini”.

 

E.S.:  E’ poi auspicabile che le decisioni di un paese siano prese col concorso diretto dei cittadini? Al giorno d’oggi i problemi economici sono molto complessi e coinvolgono anche i rapporti internazionali. A volte (molto spesso, penso) le decisioni da prendere sono anche molto impopolari. Si può sperare/pretendere che i cittadini remino contro i loro stessi interessi e che abbiano una profonda conoscenza tecnica dei problemi?

A mio avviso neppure i più bravi, competenti e onesti assessori sono, a volte, capaci di gestire le più semplici problematiche di un piccolo comune!

 

F.M.:  La competenza in ordine alla sfera di attività degli incarichi che il cittadino richiede di ricoprire sarebbe garantita dalla riserva parziale per competenza di seggi nel collegio. Ad es: un giudice o un tribunale nominato per concorso pubblico sono ben sostituibili da un collegio giudicante formato da un avvocato, da un laureato in legge e da un cittadino qualunque: un collegio giudicante di tre membri con 2 seggi riservati per competenza. Posso dire, senza generalizzazioni abusive, di aver per lo più trovato maggiore competenza negli avvocati  che nei magistrati.

Se una scelta è impopolare, vuol dire che va contro gli interessi del popolo, contro il popolo. Penso alle centrali nucleari, o alla depredazione di oltre metà dei redditi dei lavoratori perpetrata da fisco e INPS.

 

E.S.:  L’esempio della gestione condominiale, poi, è molto indicativa. Laddove sussistano interessi opposti si arriva anche allo scontro fisico. L’amministratore esterno, essendo un soggetto più disinteressato, sembrerebbe maggiormente in grado di risolvere le questioni, ma lo scontro tra interessi opposti pone quasi sempre in una condizione di stallo. Per esperienza diretta posso dire che neppure quella soluzione è valida in assoluto.

 

F.M.:  Giusta osservazione! La colpa è della legislazione. Le norme fondamentali sul condominio sono vecchie decrepite e risalgono a prima dell'urbanizzazione massiccia del dopoguerra. Norme completamente da rifare, ma che nessun governo si è mai interessato di rifare. Perché per gli attuali dominanti più invivibile è la vita quotidiana della gente comune, più sicuri sono il loro scranno e la loro greppia. Poi l'inutile pedante regolamentazione di quisquilie condominiali, di obblighi burocratici e amministrativi, di formalità, di inutili (per il condominio, molto utili per chi ci mangia sopra) obblighi di conformità tecnica, induce la gente a rivolgersi all'amministratore esterno, il quale, appoggiandosi ai condòmini più "influenti", ingrassa di fatto se stesso, e il condominio spesso è lasciato nell’incuria, nel disinteresse, nello scatafascio. Chissà perché amministratori condominiali di mia conoscenza hanno lo stesso modo di fare di certi assessori comunali…

Personalmente propongo, in sostituzione totale dell’amministratore esterno, il collegio condominiale obbligatorio di 3 membri e durata annuale, formato da condòmini a mera richiesta oppure a turno obbligato. Come sono solito sostenere, chi delega potere perde potere, chi si lascia amministrare arricchisce l'amministratore.

 

E.S.:  Io avevo immaginato che una buona soluzione potrebbe consistere nel porre una netta distinzione tra la gestione delle questioni economiche e la gestione delle questioni sociali. Quelle economiche andrebbero assegnate alle persone più competenti del paese, secondo graduatorie di meriti e di obiettivi raggiunti o altre forme di valutazione, mentre in quelle sociali (aborto, divorzio, sicurezza, religioni, testamento biologico, eutanasia, ecc. ecc.) mi sembrerebbe giusta l’espressione di tutti i  cittadini, tramite referendum. Se, però, la maggioranza dei cittadini si esprimesse contro l’eutanasia (per influenze religiose, magari) io che sono ateo perché dovrei rinunciare alla mia libera scelta?  O viceversa, ovviamente.

 

F.M.:  I campi oggetto di legiferazione vanno ristretti al minimo indispensabile per la convivenza civile: ordine pubblico, amministrazione della giustizia, difesa dei confini da invasioni straniere; proprio quei campi in cui oggi uno stato strumento delle famiglie padrone è latitante, o meglio, fa gli interessi delle famiglie padrone, anche se contrari a quelli del popolo.  In particolare lo stato non deve interferire nelle questioni private familiari. Ad esempio farei regolare divorzi e separazioni da un collegio di 3 persone: una designata dal marito, l'altra dalla moglie, e come terzo membro un avvocato designato di comune accordo dai 2 membri scelti dai coniugi. Anche in questo caso verrebbe così garantita la maggior competenza dell'avvocato rispetto a molti giudici, e le decisioni sarebbero senz'altro più eque e sensate...

 

E.S.:  Qualsiasi mia libertà che non interferisse con le libertà altrui andrebbe o no tutelata al massimo livello? Ma chi lo decide? La Costituzione? No, abbiamo visto che la Costituzione è come il Corano: ognuno la può interpretare a piacer suo!

 

F.M.:  La nostra costituzione dice tutto e il contrario di tutto. Così volevano i padroni dell'Italia del momento, eserciti stranieri compresi, invasori di un paese militarmente sconfitto. Oltretutto i politici radunati e fatti eleggere dagli invasori erano quanto di più raccogliticcio potevano trovare: dovevavo solo dire signorsì, con quella che un grande storico come Gioacchino Volpe definì “libidine di servilismo”. Questa costituzione... lasciamola perdere, abbandoniamola all'oblìo del tempo...

Il principio base del diritto naturale è che ognuno è libero di fare tutto, anche ciò che nuoce a se stesso, purché non vada a ledere diritti e libertà altrui. E’ un ottimo principio guida, facilmente applicabile in ogni ambito. Un altro principio fondamentale è che tutto ciò che non è vietato è permesso.

 

E.S.:  ...allora mi piacerebbe capire meglio cosa s’intende per “democrazia sostanziale”.

 

F.M.:  Come detto, esplicherò dettagliatamente la mia idea di democrazia diretta in ulteriori articoli. Tuttavia la mia proposta è quella della democrazia turnaria, collegiale, a semplice richiesta, con riserva di seggi per competenza e cursus honorum: è applicabile a tutto, dalla carica di dirigente amministrativo a quella di ministro, da quella di consigliere comunale a quella di parlamentare, dalla carica di difensore civico a quella di magistrato.

Posso anche affermare, per esperienza diretta nell’elaborazione dei relativi statuti, che nessuna associazione politica, nessun movimento, nessun partito, nessuna cooperativa, nessun sindacato, è veramente democratico se non prevede la possibilità per qualsiasi associato di ricoprire cariche a semplice sua richiesta, magari tramite un cursus honorum (cioè partendo da incarichi minori e poi salendo a quelli di maggior potere), se non prevede che chi ha già ricoperto cariche non può ricoprirle nuovamente (magari per 10 o 20 anni), ma deve dare la possibilità anche agli altri di svolgere quelle funzioni.

Le elezioni sono solo una truffa ai danni di chi non ha potere, servono a far eleggere chi vuole il potente, il dominante, il padrone.

Le elezioni non sono mai libere, sono l’esatto contrario della libertà e della democrazia.




5 ottobre 2008

Ritorno all’economia reale?

 

Ritorno all’economia reale?

Dopo la crisi finanziaria delle borse è diventato di moda propugnare il ritorno all’economia reale, alla produzione di oggetti e servizi.
Sembra l’ipocrita morale di un film americano degli anni ‘80 di terz’ordine.
Forse si dimentica che l’economia reale, sicuramente in Italia e probabilmente anche in quest’Unione Europea che ci somiglia sempre più, è l’economia della grande industria sussidiata e assistita succhiasoldipubblici, soldi di noi contribuenti che ripianiamo i bilanci in rosso delle imprese “produttrici” di debiti, delle imprese dei prestanome della mafia, delle mazzette, degli assessori e sottosegretari, degli appalti truccati, di tangentopoli…
Forse si dimentica anche la Storia: il Rinascimento venne finanziato da famiglie di banchieri, come i Medici, che appartenevano alla Finanza e non all’economia reale.
La Borsa opera una naturale e salutare selezione tra capaci e incapaci: chi perde soldi è un incapace ed è giusto che vada a fare il servo di soggetti più capaci di lui: questa è la natura delle cose.
Si fa finta di non capire che da che mondo è mondo il denaro e la speculazione su di esso hanno sempre prodotto altro denaro, a volte ben più di quello prodotto dall’economia cosiddetta reale, con buona pace della ridicola e obsoleta morale cattocomunista (quella stessa ipocrita e incivile morale cattocomunista che ci riempie le città di immigrati e di delinquenti, di prostitute e spacciatori, di pub e discoteche della criminalità, di viados e di ubriachi).
E la produzione di ricchezza finanziaria ha i suoi vantaggi: niente inquinamento, niente morti bianche, un mondo di terziario ricco e civile (Svizzera docet).

Ma le reali motivazioni dell’attacco dei mass media di regime alla Finanza e alla speculazione finanziaria sono ben altre….
La Finanza mondiale, le Borse internazionali erano l’unico settore rimasto di LIBERA CONCORRENZA, un settore che per la sua globalità era incontrollabile da parte delle famiglie padrone della grande industria assistita e delle famiglie dei capicosca; in una parole le famiglie padrone degli stati non sono mai riuscite a divenire padrone anche dei mercati finanziari. Forse ora vogliono provare ad appropriarsene, a togliere anche quell’oasi di LIBERTA’.

Chi in Borsa perde, è giusto che perda: chi sbaglia paga.
Chi si è fidato dei consigli delle banche si è dimenticato che la banca non è l’assistenza pubblica o il confessore, ma un privato che giustamente e ovviamente fa i suoi interessi, spesso CONTRO IL CLIENTE, se gli conviene, che la banca è la tua controparte e non devi fidarti MAI di ciò che ti consiglia. Così come uno stato in mano alle famiglie della grande industria sussidiata e dei capicosca è uno stato contro il popolo, nemico del popolo, dei cittadini contribuenti tartassati.
Ma chi è un buono a nulla, chi non si tiene in piedi sulle proprie gambe è così abituato all’assistenzialismo che richiede assistenza e consigli anche alle banche…
bene, ora si tenga le perdite, è giusto così.

Ero d’accordo con la prima votazione del Congresso USA che negava il permesso di tartassare i cittadini per salvare banche incapaci e fallite.
Chi è un incapace è giusto che fallisca, e chi si è fidato di soggetti incapaci fallisca pure con lui.
Questa è la selezione naturale della LIBERA CONCORRENZA, libera da stati e libera da chi vuole vivere sulle spalle altrui, tramite tassazione, pizzo, inflazione e debito pubblico.

Ai tanti assistiti, sussidiati, sovvenzionati da soldi pubblici, da soldi di noi contribuenti, dico: LASCIATE IN PACE LA FINANZA, LE BORSE E GLI SPECULATORI FINANZIARI: fanno il loro gioco e non vi chiedono nulla, né sovvenzioni né aiuti, fanno da loro, si tengono in piedi da soli e non vogliono i soldi dei contribuenti. Non hanno bisogno di INPS e INAIL…

Se qualche raro speculatore fallito vuole soldi pubblici e risarcimenti assurdi, è solo un fallito che non fa più parte del mondo della Finanza e delle Borse.
Basta rispondergli di NO.
NO, in quanto la realtà è dura, la vita per sua natura non è bella, non è una cosa meravigliosa. Chi ci racconta le favole vuole svuotarci le tasche. E la parte più dura della nostra esistenza va sempre tenuta presente, sempre guardata in faccia: rimuoverla, non pensarci, pensare ad altro vuol dire suicidarsi, divenire servi e schiavi di chi ha realmente le palle.
E, se lo si vuole rendere edotto della sua realtà, si può anche ricordargli, in aggiunta, il vecchio motto della borsa: “IF YOU ARE SO SMART, WHY AREN’T YOU RICH?” (”Se sei così intelligente, perché non sei ricco?”)

Filippo Matteucci




11 gennaio 2008

Tassare la rendita: un assurdo dalle conseguenze negative disastrose

 

Tassare la rendita: un assurdo dalle conseguenze negative disastrose

[Voglio postare questo premonitore articolo di qualche anno fa dell’ottimo Luciano Priori Friggi. L’articolo è ormai presente solo sul forum
http://www.tradersxsempre.com/public/forum/index.php?showtopic=1253&pid=135606&mode=threaded&start=
e non voglio che vada perduto. Sono particolarmente legato a questo scritto perché la sua lettura mi indusse a rimettermi a pubblicare articoli e saggi di politica economica e fiscale, dopo anni in cui, sommerso dalle contingenze quotidiane, non avevo pubblicato più nulla.
Avv. Filippo Matteucci]

In pochi probabilmente ricorderanno il polverone sollevato negli anni Settanta dal tema "alleanza dei produttori" contro la rendita parassitaria (locuzione dall'infinito fascino per chiunque si avventuri a parlare di "giustizia sociale"). Se ne discusse a lungo, ovviamente senza costrutto e, a prima vista, senza alcun risultato concreto. Visto che le borse in quegli anni andavano malissimo -nel '78 si tocco' il punto piu' basso di un lungo canale discendente che era partito all'inizio degli Sessanta, con l'avvio dell'esperimento del centrosinistra- la questione era oltretutto anche ridicola, dato che dall'investimento in azioni di guadagni se ne vedevano pochi. Ma l'obiettivo era un altro, erano i titoli di stato, gli unici che un quel momento sembrava guadagnassero.

La situazione economica allora era questa: grande recessione dovuta all'esplosione dei prezzi dell'energia (in seguito al conflitto arabo-israeliano) e grande inflazione. Per tappe successive si arrivo' ai primi anni ottanta ad un livello di incremento dei prezzi annuo del 25% circa. I titoli a breve arrivarono al massimo a rendere il 20-21%. La rendita da combattere in pratica era dunque una perdita secca in conto capitale pari al 4% annuo. Di fronte a debiti pubblici rilevanti una delle tecniche usate dai governi e' l'uso della moneta per decrementare con l'inflazione il valore del debito. E' cio' che si fece allora in Italia ed e' cio' che si e' fatto a lungo negli anni novanta in Argentina. A rimetterci i risparmiatori, soprattutto i piccoli, come sempre. Anche se -data l'ignoranza in fatti economici- ancora c'e' qualcunio che rimpiange quei rendimenti nominali che in realta' non riuscivano neppure a mantenere intatto il capitale.

Se non si puo' stampare moneta a piacimento (o dichiararsi insolventi, Argentina ancora docet) per tosare il risparmio (il discorso in questa sede si limita a considerare i soggetti deboli, cioe' la massa dei piccoli risparmiatori) si deve ricorrere alla tassazione. Negli anni Novanta in Italia e' stata introdotta la tassazione del Capital Gain. E' una tassa ingiusta. Intanto perche' per investire in qualche strumento finanziario bisogna prima aver generato un risparmio e quindi aver gia' subito una tassazione come reddito e poi perche' ad un guadagno corrisponde sempre una perdita (questo e' vero al 100% con i derivati): quindi il saldo complessivo e' tendenzialmente nullo o in in ogni caso anti-economico rilevarlo e gestirlo con la tassazione.

Come si fa a trasformare un introito quasi nullo in una tosatura del risparmio? Prendiamo il caso probabilmente piu' diffuso, quello del calcolo del capital gain in "regime amministrato": in questo caso è la Banca o Sim che preleva l'imposta dalle plusvalenze derivate dalle vendite di titoli per poi versarle con cadenza mensile allo Stato. Supponiamo di aver investito in titoli azionari e guadagnato 1000 euro in un mese, magari impegnandosi in prima persona con il trading on-line e quindi lavorando senza orari e senza, ovviamente, remunerazioine alcuna da parte di chicchessia. Se le posizioni sono state chiuse entro la fine del mese il guadagno e' effettivo e quindi avviene il prelievo da parte dell'intermediario del 12.5% sull'importo, pari a 125 euro. Tale cifra viene immediatamente versato nelle casse dello Stato.

Il mese successivo l'operativita' pero' va male e per il nostro la perdita ammonta a 1000 euro. Non ci sono ovviamente in questo caso prelievi di Capital gain o restituzioni ma solo solo una minusvalenza che puo' essere utilizzata in futuro per compensare eventuali guadagni, purche' questi si verifichino nell'arco dei quattro anni successivi. Supponiamo che ora il nostro povero piccolo investitore, scottato dalla perdita, se ne stia buono per quattro anni e poi ritenti la fortuna, magari perche' i mercati finanziari sembrano essere diventati molto promettenti. Si butta e riesce a guadagnare di nuovo 1000 euro. Zac! Immediatamente vengono prelevati dall'intermediario 125 euro e consegnati allo Stato. In teoria il nostro investitore dovrebbe aver finalmente guadagnato i suoi mille euro, invece la storia e' sempre quella: li riperde, come in predenza. Lo sventurato alla fine non solo non ha guadagnato nulla in linea capitale ma si ritrova ad aver versato allo Stato (oltre alle commissioni agli intemediari) ben 250 euro totali che non rivedra' mai piu'.

La situazione in realta' e' piu' drammatica. L'indice Mib30 della borsa italiana nel 2000 quotava 51272, ora si trova a 31000 circa (ma il ribasso e' arrivato a toccare quasi 20000). Cio' vuol dire che le perdite medie subite in conto capitale (il piccolo risparmiatore oltretutto tende a comprare sui massimi e vendere sui minimi) sono state, per un investimento effettuato cinque anni fa, ad oggi di oltre il 50%.

Poiche' il ciclo e' lungo (e in genere dura di piu' di quattro anni) se i risparmiatori riusciranno a riprendersi un po' del capitale perduto dovranno pagarci su il capital gain del 12.5% perche' non riusciranno a compensarlo con le perdite subite a causa del limite dei quattro anni.

La questione politica del giorno e' la tassazione della rendita e al solito a sostenerla con maggiore convinzione sono i campioni del "sociale", con l'aggiunta -chi l'avrebbe detto- della Lega. Il problema sarebbe diventato centrale a causa dell'Irap, tassa regionale ritenuta illegale dall'Europa e quindi da eliminare. Senonche' tale tassa finanzia ben oltre il 50% della sanita'. Ora la questione pone un problema preliminare: cosa c'entra la soluzione del problema dell'Irap con l'aumento della tassazione delle rendite finanziarie? Ovviamente nulla. Infatti alcuni (a cominciare da Prodi) hanno affermato che in realta' il problema e' di armonizzazione della tassazione con il resto dell'Europa. Insomma il problema e' "prendere", basta non essere troppo grossolani. Ci permettiamo di rilevare che la tassazione delle rendite (come dei profitti d'impresa) nei 25 paesi e' diversissima e non ha senso quindi parlare di armonizzazione, dato che in questo querelle i sostenitori della tassazione si riferiscono ovviamente alle situazioni piu' penalizzanti per il risparmiatore.

Gianni Alemanno sul Corriere della Sera afferma perentorio che -ad esclusione dei titoli di Stato- la tassazione della rendita finanziaria e' l'unico metodo per tagliare l'Irap. "In Italia", ha affermato, "non possiamo avere un'aliquota pari al 12,5%, inferiore alla media europea e nel contempo avere il mostro dell'Irap …[bisogna pertanto] spostare risorse dalle rendite finanziarie per alleggerire il peso sulle imprese e sul costo del lavoro, è il segnale più potente che si possa dare". Ovviamente niente a che vedere con il leader di Rifondazione comunista che "fa generici e minacciosi discorsi sulla patrimoniale, mentre io mi limito a ripetere quello che scrive Eugenio Scalfari su Repubblica". Chi l'avrebbe mai detto che sarebbero tornate le convergenze parallele della Prima Repubblica?

Dunque, la conclusione e' questa, la tassazione dei guadagni sui mercati finanziari va portata al 19%. Lasciamo perdere per un momento la faccia del nostro piccolo risparmiatore che oltre ai campioni del sociale incomincera' ad odiare anche l'Europa (vedrete, vedrete cosa succedera' in Francia e in Olanda). A tali campioni facciamo una sola domanda "e se per una anno la borsa non guadagna nulla il medico e l'ospedale degli italiani chi lo paga"? A titolo puramente informativo dico che il dibattito tra gli specialisti in previsioni di borsa e' piuttosto variegato: alcuni sostengono che ci sono spazi ancora di recupero, altri paventano addirittura un crack dei mercati finanziari.

Ma noi, in Italia di che ci preoccupiamo? Abbiamo un piccolo esercito di beneficiati dal "sociale" fatto di pensionato baby, di sprechi incredibili, ovviamente tutti intoccabili. Abbiamo regioni dove ad ogni albero probabilmente corrisponde un forestale, e ci fermiamo qui. Abbiamo poi la Confindustra montezemoliana che sponsorizza la svolta "produttivistica", tanto che lo stesso Bertinotti ci tiene a sottolineare come la nuova leadership degli industriali sia finalmente presentabile e ben diversa dalla precedente. Quindi ,visto lo schieramento che va dai "guru" di sinistra del giornalismo romano fino ad Alemanno, passando per gli industriali, dev'essere giusto fare le cose che si dice si vogliano fare.

Noi ci permettiamo non solo di dissentire da quanto si sta decidendo ma vogliamo fare di piu' e in positivo: proponiamo pertanto l'abolizione in toto del capital gain per far tornare l'investimento in borsa e ridare fluidita' a quel meccanismo economico di circolarita' che da Quesnau in poi (compreso Keynes) dovrebbe essere ben conosciuto da chiunque abbia fatto un minimo di studi economici. Tale meccanismo dovrebbe costituire il riferimento obbligato per chiunque voglia pronunciare la parola "sviluppo". E crediamo anche che sia giusto (per evitare disastri futuri dalle conseguenze incalcolabili) impedire per legge che le banche partecipino al capitale di rischio delle aziende.

Questo e' cio' che serve -limitatamente alle questioni trattate- per ridare fiducia alle imprese e ai mercati finanziari. Nient'altro.

(l'articolo ha avuto delle piccole modifiche rispetto all'originale uscito su lobbyliberal)

18/05/05

Luciano Priori Friggi




11 gennaio 2008

Dieci buone ragioni per non tassare le “rendite”

 

Dieci buone ragioni per non tassare le “rendite”

di Benedetto Della Vedova (con Piercamillo Falasca e Mario Seminerio) - Articolo apparso, in versione ridotta, su Il Giornale 

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (articolo 47 della tanto lodata Costituzione italiana);

“Il risparmio non è un flusso finanziario che va al consumo, anzi è la rinuncia ad un consumo presente per ottenerne uno futuro. Il profitto sul risparmio (gli interessi) è il prezzo di questa rinuncia. Tassare gli interessi vorrebbe dire creare una discriminazione tra consumi presenti e futuri, vorrebbe dire bloccare il movimento fisiologico dell’attività economica, produttiva e di investimento.” (Luigi Einaudi)

Ecco dieci buone ragioni per opporsi alla minacciata “armonizzazione delle rendite finanziarie” che, per come si presenta, risponde al furore ideologico più che alla razionalità economica.

1. Altro che “rendite” finanziarie: si tratta del risparmio delle famiglie. Secondo la più recente indagine campionaria di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (dati 2004, la prossima pubblicazione – con dati 2006 – sarà disponibile tra qualche settimana), considerando le attività finanziarie detenute dalle famiglie, il 25,1% dei titoli di stato e il 23,6% di azioni, fondi comuni e altri titoli è nelle mani di famiglie con a capo un impiegato o un operaio; il 43,9% dei titoli di stato e il 36,9% di azioni, fondi comuni e altri titoli è appannaggio delle famiglie dei pensionati. Nel nostro paese, in assenza di un robusto “secondo pilastro” di previdenza integrativa, è cresciuto un “terzo pilastro”, quello degli investimenti con funzione previdenziale.

2. Se si dovesse applicare la nuova aliquota su tutti i titoli in circolazione e stante l’attuale stock di attività finanziarie, dal comparto famiglie l’erario ricaverebbe maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro annui (la riduzione dell’aliquota sui depositi in conto corrente dal 27 al 20% comporterebbe un risparmio di appena 800 milioni di euro). Dei 5 miliardi di euro, circa 2 deriverebbero dai nuclei con un capofamiglia pensionati; poco meno di 1 miliardo dalle famiglie degli impiegati; circa 250 milioni di euro dagli operai. Se la nuova aliquota fosse applicata solo sulle nuove emissioni, l’extra-gettito dalle famiglie per il 2008 ammonterebbe a poche centinaia di milioni, per poi crescere negli anni successivi.

3. Una misura che produce maggior gettito per le casse dello Stato è una forma di “inasprimento” fiscale, non di “armonizzazione”. Per avere un allineamento tra conti correnti e altre attività finanziarie a parità di gettito, si dovrebbe fissare la nuova aliquota ad un valore prossimo al 14%.

4. Sembra che il governo voglio usare il gettito di questa misura come copertura per una riforma dell’Irpef sui lavoratori dipendenti. Sarebbe una scelta avventata: il gettito derivante da inasprimento della tassazione delle attività finanziarie è aleatorio e non predeterminabile. In presenza di un’inversione di tendenza dei mercati finanziari, si rischia un effetto boomerang.

5. L’ipotesi di un’applicazione “mirata” della nuova tassazione, applicando l’aliquota del 20% solo alle nuove emissioni, esentando i titoli di stato o prevedendo meccanismi di esclusione dei pensionati e dei piccoli risparmiatori, creerebbe una segmentazione pericolosa dei mercati finanziari, dando luogo a distorsioni sui prezzi dei titoli e complicando la gestione del debito pubblico (forse ci si dimentica quanto avvenne nel 1987 e 1988 quando, per i titoli pubblici, si passò dalla esenzione alla tassazione del 6.25% e poi al 12,5%).

6. L’introduzione di meccanismi di esenzione di particolari categorie di percettori di reddito da capitale, ipotizzata dal sottosegretario Grandi, sarebbe possibile solo attraverso l’inserimento dei redditi da capitale nelle dichiarazioni dei redditi, ossia facendo cadere il vantaggio della tassazione separata e aprendo la strada all’assoggettamento dei redditi da capitale alla tassazione ad aliquota marginale. A nostro giudizio, una prospettiva nefasta.

7. Come mostra un recente studio della Banca d’Italia, un inasprimento della tassazione sul risparmio può forse permettere un aumento di breve periodo dei consumi (si risparmia meno, si consuma di più), ma inibisce l’aumento dello stock di risparmio utile per finanziare gli investimenti e la crescita economica di lungo periodo. In più, una maggiore tassazione dei redditi da interesse deprime l’offerta di lavoro (a che serve lavorare di più se il risparmio, frutto del mio lavoro, verrà pesantemente tassato?).

8. Il governo farebbe bene a valutare i dati forniti da Assogestioni, dove si evidenzia la vera e propria fuga dai fondi di investimento italiani: meno 21 miliardi nei soli mesi da settembre a novembre 2007. Sicuramente hanno influito la scarsa fiducia verso i mercati finanziari ed una minore disponibilità economica delle famiglie, ma due anni di annunci e smentite sull’aumento della tassazione hanno certamente contribuito ad alimentare il clima di incertezza. A capo di Assogestioni c’è oggi Marcello Messori, uomo di fiducia di Vincenzo Visco: c’è chi vi vede una pericolosa liason ideologica tra chi dovrebbe rappresentare i risparmiatori e chi li tassa.

9. Si assiste nel mondo ad un trend di crescita dei profitti non accompagnato da un eguale andamento dei salari (la quota di incremento della produttività catturata dal lavoro diminuisce a favore di quella acquisita dal capitale). Invece che chiedere ideologici interventi redistributivi sulle rendite, una politica responsabile dovrebbe porsi il problema di come sostenere la trasformazione del reddito dei lavoratori da “puro” salario a ricchezza più variegata, che includa i redditi da capitale. In una prospettiva di lungo periodo, va promossa – e non disincentiva con la tassazione - una maggiore propensione verso gli investimenti finanziari diversi dalla “casa”. Una fetta troppo elevata del surplus familiare italiano, infatti, va nella casa, creando il paradosso di famiglie forti nel patrimonio e debolissime nel reddito.

10. Una delle motivazioni ricorrenti per giustificare la riforma è quella secondo cui un’aliquota al 20% permetterebbe un allineamento della tassazione ai regimi vigenti negli altri paesi europei. Se è vero che in Europa la tendenza è avere aliquote sul risparmio superiori a quelle italiane, è altrettanto vero che – da tempo – in tutto il continente si assiste ad una graduale ma costante riduzione della tassazione sul reddito. In più, a rendere poco efficace il confronto tra paesi vi è poi la considerazione del ruolo previdenziale e non speculativo che le attività finanziarie svolgono in Italia.



Il presente validissimo articolo è tratto da: http://epistemes.org/2008/01/10/dieci-buone-ragioni-per-non-tassare-le-rendite/ 


Capezzone: dissennata e pericolosa l'idea di inasprimenti fiscali sul risparmio

giovedì 10 gennaio 2008

Romano Prodi ha di nuovo esplicitamente evocato la possibilità concreta di colpire i risparmi e le rendite finanziarie.

Sarebbe un atto due volte dissennato: in primo luogo, perché darebbe un altro colpo alla già bassissima capacità dell'Italia di attrarre capitali, risorse e investimenti; in secondo luogo perché, anche in termini di effetto sui consumi, finirebbe per annullare i riflessi positivi determinati da un intervento a favore dei salari. Insomma, tutto finirebbe con un gioco a somma zero.

La mia impressione è che ancora una volta Prodi sia animato da intenti punitivi nei confronti del ceto medio, e che non si faccia scrupolo di perseguire operazioni volte a impoverirlo e spaventarlo.

Le tasse vanno ridotte a tutti, tagliando la spesa pubblica, e non solo a qualcuno (che magari si ritiene più vicino alla propria base elettorale).

Resta da capire dove siano e cosa facciano i riformisti del centrosinistra: subiranno ancora una volta queste scelte sbagliate e pericolose per il Paese?

(tratto da http://www.decidere.net/index.php?option=com_content&task=view&id=667&Itemid=84)


Un grazie, da parte mia e da parte di tutti i risparmiatori, a Benedetto Della Vedova, Daniele Capezzone, Piercamillo Falasca e Mario Seminerio, e a Il Giornale, per queste prese di posizione.
Avv. Filippo Matteucci




8 gennaio 2008

THE INFLATION TAX

 

THE INFLATION TAX

All government spending represents a tax. The inflation tax, while largely ignored, hurts middle-class and low-income Americans the most. Simply put, printing money to pay for federal spending dilutes the value of the dollar, which causes higher prices for goods and services. Inflation may be an indirect tax, but it is very real – the individuals who suffer most from cost of living increases certainly pay a “tax.”
Unfortunately no one in Washington, especially those who defend the poor and the middle class, cares about this subject. Instead, all we hear is that tax cuts for the rich are the source of every economic ill in the country. Anyone truly concerned about the middle class suffering from falling real wages, under-employment, a rising cost of living, and a decreasing standard of living should pay a lot more attention to monetary policy. Federal spending, deficits, and Federal Reserve mischief hurt the poor while transferring wealth to the already rich. This is the real problem, and raising taxes on those who produce wealth will only make conditions worse.
Borrowing money to cut the deficit is only marginally better than raising taxes. It may delay the pain for a while, but the cost of government eventually must be paid. Federal borrowing means the cost of interest is added, shifting the burden to a different group than those who benefited and possibly even to another generation. Eventually borrowing is always paid for through taxation.
The third option is for the Federal Reserve to create credit to pay the bills Congress runs up. Nobody objects, and most Members hope that deficits don’t really matter if the Fed accommodates Congress by creating more money. Besides, interest payments to the Fed are lower than they would be if funds were borrowed from the public, and payments can be delayed indefinitely merely by creating more credit out of thin air to buy U.S. treasuries. No need to soak the rich. A good deal, it seems, for everyone. But is it?
The “tax” is paid when prices rise as the result of a depreciating dollar. Savers and those living on fixed or low incomes are hardest hit as the cost of living rises. Low- and middle-incomes families suffer the most as they struggle to make ends meet while wealth is literally transferred from the middle class to the wealthy. Government officials stick to their claim that no significant inflation exists, even as certain necessary costs are skyrocketing and incomes are stagnating.
The transfer of wealth comes as savers and fixed-income families lose purchasing power, large banks benefit, and corporations receive plush contracts from the government – as is the case with military contractors. These companies use the newly printed money before it circulates, while the middle class is forced to accept it at face value later on. This becomes a huge hidden tax on the middle class, many of whom never object to government spending in hopes that the political promises will be fulfilled and they will receive some of the goodies. But surprise – it doesn’t happen. The result instead is higher prices for prescription drugs, energy, and other necessities. The freebies never come.
The moral of the story is that spending is always a tax. The inflation tax, though hidden, only makes things worse. Taxing, borrowing, and inflating to satisfy wealth transfers from the middle class to the rich in an effort to pay for profligate government spending, can never make a nation wealthier. But it certainly can make it poorer.

Ron Paul, July 18, 2006
by http://www.lewrockwell.com/paul/paul334.html

(Dr. Ron Paul is a Republican member of Congress from Texas and a candidate for President of U.S.A.)



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